mercoledì 3 febbraio 2016

REGOLAMENTO





10° TWILIGHT FANFICTION CONTEST DEL GRUPPO FSOTFF



"I CINQUE ELEMENTI: L'ARIA"

1) Personaggi:
Dovranno essere usati i personaggi della Twilight Saga.
(opzione scelta tramite sondaggio nel gruppo)
2) Genere:
Ammessi tutti i generi: dramma, comico, tragico, erotico, sentimentale, vamp, fantasy, ecc.
3) Contesto:
Elemento: ARIA
Potete intenderlo a vostro piacimento.
4) Era:
Qualsiasi
5) Luogo:
Qualsiasi
6) Modalità di scrittura:
La storia potrà essere scritta nella forma preferita, sia in prima persona che in terza persona. Può prevedere cambi di POV.
7) Forma:
ONE SHOT - La storia dovrà essere in capitolo UNICO ed avere senso compiuto. Se la storia è a capitoli, sarà comunque pubblicata in un unico post.
8) Lingua:
Italiano
9) Restrizioni :
- La storia deve essere nuova, mai pubblicata né interamente né in nessuna delle sue parti.
- La storia deve essere corretta al meglio delle possibilità individuali;
- Non è obbligatorio il betaggio;
- Non saranno accettate richieste di betaggio alle admin, quindi le storie saranno postate così come inviate;
- Dovete allegare una sola foto o un banner in accompagnamento alla storia; dette foto non dovranno mostrare in alcun modo organi genitali e non potranno mostrare il nome dell'autrice.
- La storia non potrà includere atti sessuali con bambini o animali;
- La lunghezza della storia non potrà essere inferiore alle 5 pagine di Word, o editori di testo simili, in carattere simile all’11 Arial, e non superiore alle 90 pagine. Detti termini di lunghezza sono puramente indicativi e affidati al buon senso delle autrici.
- La storia deve essere ANONIMA, così come la foto o banner in allegato, che invece potrà contenerne il solo Titolo.
- Durante il periodo del contest non si potrà dare alcun indizio sulla storia che si sta scrivendo.
10) Termini di consegna lavori:
Le storie dovranno essere inviate già terminate e in messaggio privato a Cristina o Laura, entro e non oltre SABATO 30 GENNAIO 2016 ore 23.59.
11) Inizio contest:
La data di pubblicazione delle storie avverrà in blog apposito MARTEDI' 2 FEBBRAIO 2016
12) Fine contest:
La data di fine del contest è fissata SABATO 27 FEBBRAIO 2016 ore 23.59, con la chiusura del blog ai commenti.
13) Le storie non potranno essere pubblicate altrove prima della fine del contest celebrata con la premiazione delle vincitrici.
15) Modalità di voto: 
VOTO POPOLARE
le lettrici potranno esprimere il loro giudizio personale commentando graziosamente ogni storia, assegnando un punteggio UNIVOCO DA 1 A 5 in ordine di gradimento crescente: ognuno dei 5 voti potrà essere usato UNA SOLA VOLTA.
16) Commenti: ogni lettrice potrà esprimere il proprio parere commentando graziosamente e alle autrici è NEGATA la possibilità di rispondere fino a contest concluso.
17) Premi:
Saranno assegnate delle foto targa alle prime 3 classificate.
18) Le admin si riservano il diritto di ritirare le storie dal contest qualora non rispettino i punti sopra indicati.
19) Per qualsiasi suggerimento o modifica al regolamento rivolgersi alle admin anche nei commenti in chiaro nel gruppo.
20) Nel qual caso vengano utilizzate immagini o edit reperite in Internet, si ringrazia l'autore e se ne accreditano i diritti al legittimo proprietario.


Libero come l'aria








Erano trascorsi degli anni da quando Edward se ne era andato e solo dopo anni mi prestavo ad organizzare il suo ultimo desiderio. Mio marito era deceduto dopo una lunga battaglia contro il cancro che lo aveva spento. Lui era appassionato per gli sport, per il nord-walking, per le scalate alle montagne. Fu proprio questa suo amore per le arrampicate che consisteva il suo ultimo desiderio. Lui voleva che le sue ceneri fossero sparse in cima del Ben Navis, una montagna della Scozia, quindi essere libero nella natura e nell’aria della sua patria natia.
Noi c’eravamo conosciuti a Edimburgo, ma tutto nacque durante il volo di ritorno che avevo anticipato per fuggire dal mio ex fidanzato, il primogenito di Edward. Mio marito era un’artista, divorziato, amante della natura, dello sport, dell’arte e dei viaggi mentre io, invece, ero alla mia seconda laurea ed ero anche una buona pianista oltre a conoscere diverse lingue.
A causa della mio QI elevato tendevo ad isolarmi per il timore di non essere accettata. Decisi di omettere qualche particolare della mia personalità per non rimanere sempre sola visto che fin da piccola i miei coetanei mi isolavano.
Jacob fu il mio primo ragazzo ed era uno studente in lingue orientali, molto popolare, molto sportivo, tanto aitante ma forse questo era dovuto al suo DNA italo- scozzese.
A Jacob non avevo mai raccontato di essermi diplomata a 15 anni, di aver ottenuto la mia prima laurea quando a 19 anni in medicina veterinaria, che conoscevo il polacco, il mandarino, l’inglese, il tedesco. Mi ero iscritta al corso di lingue orientali per approfondire e ampliare la mia conoscenza delle lingue e mi guadagnavo da vivere anche con le ripetizioni. Conobbi Jacob quando davo ripetizioni di mandarino anche se fingevo di conoscere solo l’inglese come seconda lingua oltre l’italiano che ero madrelingua.
Il rapporto con Jacob inizialmente andava a gonfie vele tanto che lui mi portò a conoscere la madre e le sorelle, ma d’allora iniziarono i problemi. La madre Tania non faceva che mettermi in cattiva luce e adorare le figlie, infondo un po‘ la capivo ma mi infastidiva che Jake non prendesse mai le mie difese.
Con Jacob avevo un rapporto conflittuale perché da una parte ero riconoscente per non essere più sola ma dall’altra parte mi sentivo in colpa per avergli mentito in qualche occasione.
Jake mi invitò a trascorre un allegro fine settimana ad Edimburgo e tutto andò alla grande visitando le maggiori attrattive finché non andammo dalla famiglia. Sfortunatamente lì c’erano le sorelle Genoveffa e Anastasia che anche loro erano andate a trovare la famiglia paterna. Jacob era sollevato di non dover incontrare il padre.
Le sorelle sì vantavano di essere delle ottime pianiste e sottovalutare tutti per essere al centro dell’attenzione. Anastasia suonava un brano veloce quando doveva essere lento, ma non volevo intervenire perché non volevo che le mie omissioni venissero svelate
“Brava Anastasia” dicevano i nonni di Jacob
“Grazie, ma lo sapete che ho inviato la mia candidatura per la Juliard. Di sicuro sarò la prima del corso e tutti i docenti penderanno dalle mia labbra!” rispose Anastasia piena di sé.
“Sono sicurissima mia cara che entrerai in quella prestigiosa scuola” rispose la nonna di Jacob.
“Mi è sempre piaciuto suonare il piano, ma preferisco le ribalte delle passerelle. Se venissi con te mia cara sorella non credo che saresti la prima della scuola!” disse Genoveffa.
Quanto mi irritavano quelle due perciò decisi di uscire un attimo per tranquillizzarmi e dirigermi verso la toilette che mi aveva indicato Jacob.
All’uscita del bagno scesi le scale per tornare nel salone per raggiungere il mio ragazzo e le arpie delle sorelle. Dal salone giungevano i fastidiosi rumori del pianoforte. Non scesi subito perché notai due uomini che stavano discutendo.
Non ero molto interessata al discorso ma ad un uomo affascinate dai capelli ramati, dal fisico atletico, dal colorito di chi stava spesso all’aperto. Le piccole rughe lo rendevano terribilmente seducente. Probabilmente era il padre di Jacob. Il mio fidanzato non aveva buoni rapporti con il padre.
Nel soggiorno le due amorevoli sorelle del mio ragazzo stavano rovinando la mia canzone preferita: “ Clare De Lune”. Il modo in cui me lo stavano suonando mi faceva salire l’ira funesta di Achille. Dovevo tranquillizzarmi, non dovevo creare motivi d’attrito tra me e la famiglia paterna di Jake.
Sapevo che il mio ragazzo aveva un rapporto teso con il padre, ma non immaginavo che sì parlassero così poco. Fu Edward a presentarsi e a congratularsi con il figlio tanto che quest’ultimo divenne ancora più freddo.
Io ero affascinata da quell’uomo tanto che mi chiedevo quando avesse concepito Jacob visto che sembrava quasi un coetaneo di Jake. Quella serata era carica di tensione perché ero attratta dal padre del mio ragazzo però dovevo allontanare quei pensieri molesti, inoltre c’erano le figlie che suonavano così male quel brano che tanto adoravo che alla fine intervenni.
“Scusami Anastasia, ma dovresti essere più prudente con Clare de Lune altrimenti Debussy gli verrebbe un’otite!”
“Va suonato così ti dico e poi cosa ne sa un’ignorante come te?” mi rispose.
“In effetti, hai mai suonato qualche strumento oltre il flauto dolce?” intervenne Genoveffa.
“Isa, no!” intervenne Jacob.
“Vedi Clare de lune è un brano dolce e va suonato in un altro modo!”
“Perché non provi?” mi disse Anastasia convinta che avrei fatto una figuraccia.
Quando iniziai a suonare per me fu come essere in paradiso e non in un covo di vipere. Anche Edward sì fermò ad ascoltarmi ammirato.  
Dopo la mia esibizione ci fu il litigio con Jacob, ma almeno ebbe la decenza di farlo quando non eravamo in presenza della sua famiglia. Noi eravamo in taxi quando la discussione iniziò.
“Dovevi proprio metterti in mostra?” mi chiese furioso
“No, non è come credi” gli risposi.
“Ah sì, illuminami?”  Mi chiese sarcastico
“Quella era la mia canzone preferita e le tue sorelle sì divertivano a rovinarla!”
“Ti sei comportata come una bambina, e poi potevi risparmiatela! Era appena arrivato nostro padre e hai messo in cattiva luce Anastasia!”
“Lei vuole sempre stare al centro dell’attenzione. Difendi sempre le tue sorelle e poi non apprezzi nemmeno se suono qualcosa per noi”
“Anastasia e Genoveffa sono mie sorelle e le proteggerò sempre, ma poi tu non mi hai mai raccontato di saper suonare così bene il pianoforte!”
“Lo fai con tutte le ragazze con cui esci? Ti schiari sempre con tua madre e le tue sorelle anche se trattano di merda ogni compagna che porti?”
“Perché non rispondi alla mia domanda invece di mettere il dito nella piaga? Lo sai credo che dovremmo prenderci una pausa di riflessione!” mi disse un Jacob esasperato.
“ Mi dici che stai lasciando solo perché ho dimostrato a tua sorella che sbagliava? Potrebbe essere utile ad Anastasia un po’ di critica così quando non sarà ammessa alla Juliard non le verrà un colpo!”
“Non essere così infantile!”
“Forse hai davvero ragione, meglio che prendo una camera diversa così iniziamo subito la pausa di riflessione!” gli dissi scendendo dal taxi che ci aveva portato in albergo e lui non mi seguì.
Quando fui nella hall dell’albergo decisi di ritornarmene a casa quindi di anticipare il volo. Ero al check-in mentre cercavo di convincere l’addetta a anticipare il mio volo quando incontrai Edward. Lui rimase ammaliato dalla mia capacità di ottenere quello che volevo dall’addetta al check-in, dopo un po’ scoprì che noi avevamo lo stesso volo.
Durante il viaggio conversammo del più e del meno, ma con grande sorpresa fui lieta che Edward non era spaventato dal mio QI e anche per quello che me ne innamorai.
All’arrivo a Venezia decisi di seguirlo nella stanza che aveva prenotato nonostante tutto ci diceva di non trascorrere una notte di passione.
La mattina successiva nonostante avessimo i sensi di colpa a causa di quello che avevamo fatto a Jacob avevamo già deciso il nostro futuro. Io avrei abbandonato il corso di laurea in lingue orientali e lo avrei seguito a Barcellona dopo la mostra che aveva in progetto in quei giorni.
Per Edward avevo abbandonato Venezia, avevo rinunciato di tentare di ricostruire un rapporto con Jake, avevo deciso di seguire l’avventuriero.
Edward non sì perdeva una scalata e amava il brivido. Era così energico e la nostra vita era ogni giorno un’avventura diversa.
Con lui avevo scalato il monte Bianco ed Edward voleva superare l’impresa di Kilian Jornet che impiegò solamente 11 ore 48 minuti per ascendere e discendere dal monte Denali e stava organizzando il tutto quando arrivarono gli esiti delle analisi che ogni sportivo sì sottoponeva. Da quel giorno Edward dovette rinunciare al suo sogno di superare quel record, ma voleva anche riconciliarsi con i figli.
Durante la chemioterapia voleva sempre essere informato sugli argomenti di suo interesse quindi era sempre aggiornato sull’alpinismo agonistico, sull’arte e voleva riappacificarsi con i figli.
Nonostante la malattia Edward era un uomo che sì teneva aggiornato su tutto e leggeva qualsiasi cosa. Una sera, al ritorno dall’ennesimo ciclo di chemioterapia notai in mio marito un eccesso di rabbia che lo sfinì tanto che pur di evitare spiegazioni decise di andarsene a dormire. Davanti al cammino trovai la lettera accartocciata e l’aprì curiosa e notai chi era il mittente.
Il mittente di quella lettera era il figlio che non lo avrebbe mai perdonato.
“Non riuscirò mai a perdonarti per quello che hai fatto alla mamma, ma anche per aver sposato la mia ex. Quale padre ha il coraggio di sposare una donna dismessa dal figlio?”
Quando lessi quelle poche righe che rimanevano della lettera bruciacchiata e quindi capì perché mio marito era furioso perché lo ero anch’io.
La lettera di Jacob era molto dura e nonostante gli anni trascorsi pensavo che la ferita gli avessi inferto si fosse rimarginata. Volevo riuscire che Edward e i figli potessero riappacificarsi prima che succedesse qualcosa, ma non sì mossero nemmeno quando il padre aveva bisogno di un trapianto di midollo. Durante la malattia di mio marito scoprì il mio stato interessante e forse fu anche per quello che non ero ancora riuscita a spargere le sue ceneri perché non volevo che Thomas non sì separasse dal padre.
Nonostante mio marito non si fosse mai arreso sì spense all’alba del primo giorno di primavera.
Edward ebbe la fortuna però di conoscere il suo ultimogenito anche se non aveva mai perso la speranza di riappacificarsi con gli altri figli.
Il periodo immediatamente dopo la dipartita del mio amato fu tragica, ma grazie all’aiuto della mia famiglia di origine riuscì a non essere sopraffatta dal dolore e poi dovevo essere forte per il piccolo Thomas che era la copia del padre.
Fu grazie all’aiuto di mia sorella che dopo quasi un decennio da questi episodi che riuscì ad esaudire l’ultimo desiderio di mio marito. Dopo un lungo percorso anche grazie all’aiuto di una psicoterapeuta e tantissimo tempo riuscì ad organizzare un’escursione per spargere le ceneri di Edward.
Alice era una personal trainer e mi aveva aiutata con il piccolo Thomas. La mia sorellina aveva organizzato tutto così il piccolo aveva tutta l’attrezzatura: scarpette, imbrago ed elmetto dal quale fuoriuscivano qualche ciuffetto ramato che aveva ereditato dal padre.
Mia sorella aveva scelto un percorso facile specialmente per il piccolo che non voleva più sentirsi chiamare tale perché alla soglia dei 10 anni si sentiva già un ometto. Raggiungemmo il punto scelto e dopo esserci riposati procedemmo con una piccola cerimonia e mio marito fu liberato nell’aria della sua patria natia.
Durante quella breve cerimonia, nonostante avesse già avuto due funerali, non riuscì a non trattenere le lacrime ricordando il giorno del nostro matrimonio, ogni istante che avevo vissuto con lui tanto che il nostro piccolo ometto mi abbracciò.
“Mamma, non ti abbandonerò mai!” mi disse Thomas con quegli occhietti marroni con delle sfumature verde.
Edward sarebbe vissuto sempre nei nostri cuori.





Passeggiando tra le nuvole




“Nonononononononono, Jake, per favore...”
“Piantala Bella, lo sai che devi farlo.”.
“Nononononononono.”.
La scena che mi si para davanti è un po' insolita da vedere nella mia scuola di paracadutismo acrobatico, Jacob sta trascinando, nel vero senso della parola, una ragazza che si rifiuta letteralmente di seguirlo.
“Jacob?”.
“Oh Edward, giusto te cercavo.”.
“Ma che succede?”.
“Succede che questo pazzo mi vuole far volare a non so quanti metri di altezza. Vuole far volare me, capisci? ME, che non riesco a mettere un piede dietro l'altro sulla terra e poi, non scordiamoci delle mie vertigini, un pazzo, decisamente un pazzo.”,  la tipa  mi risponde tutta infervorata, parla così veloce che riesco a capire metà di quello che dice.
“Smettila Bella. Edward lei è Isabella, l'amica di cui ti ho parlato, avevi detto di portarla per vedere di quante lezioni ha bisogno.”.
“Io non ho bisogno di niente e sicuramente non di volare.”.
“Secondo me hai bisogno di un sacco di cose, anzi, in realtà solo di una.”, risponde Jacob ridendo e non posso fare a meno di imitarlo.
“Ma che stronzi.”, bofonchia incrociando le braccia sotto il petto.
“Okay, okay, Jacob da quel che vedo, la cosa non è fattibile, non si possono costringere le persone, non...”.
“Grazieeeeeeeeeeee, finalmente qualcuno che mi capisce. Graziegraziegraziegrazie”, e così dicendo mi s'inginocchia davanti e mi abbraccia le gambe. Cazzo, ma è matta? Non si accorge che mi sta proprio davanti al... cazzo. Con il mio sguardo allibito mi rivolgo a Jacob che non fa niente se non continuare a ridere.
“Dimmi come posso ringraziarti.”, mi chiede guardandomi dal basso in alto con occhi pieni di gratitudine, oddio, detto in questa posizione mi viene in mente solo una cosa ma non credo sia il caso, anche se il rigonfiamento nato nei jeans è di tutt'altro parere.
“Isabella, per favore, alzati.”, la mia voce esce più ruvida di quanto voglia.
“Hmm? Oh, ops.”, ecco fatto se n'è accorta e anche quello scemo di Jacob, che ora si sbellica proprio dalle risate.
“Ragazzi siete due macchiette.”.
“E tu sei uno stronzo!”, diciamo all'unisono io e Isabella.
“Era ora, qualcuno che concorda con me. Ma dove ti eri nascosto tutto questo tempo? Perché non ti ho mai visto? Piacere di conoscerti Edward io sono Isabella, Bella per gli amici e tu lo sei, sì, direi proprio di sì.”, come prima fa tutto da sola, squadrandomi dalla testa ai piedi mi prende la mano per presentarsi e non la molla più.
“Posso riavere la mia mano, Bella?”.
“Eh? Oh, sì, certo. Bella mano comunque. Allora?”.
“Cosa?”.
“Dove ti eri nascosto?”.
“Non mi sono nascosto!”, questa è tutta matta.
“Se conosci Jake perché io non ti conosco?”.
“Forse perché siamo in aria la maggior parte delle volte?”.
“Hmmmm, vero, peccato. Va bene, Jake? Ora ce ne possiamo andare?”.
“No, no che non ce ne possiamo andare, Edward davvero non si può fare nulla?”.
“No Jake, Edward ha detto di no. Vero Edward?”.
“Mi spiace Jacob ma il tempo non è molto e come vedi lei non è propensa, quindi...”.
“Okay. Oh accidenti a te Bella.” e detto ciò si allontana con le spalle curve e le mani in tasca.
“Jake, non fare così, mi spiace...”, inizia a dire Bella mentre lo segue per rincuorarlo, non prima di avermi ringraziato e salutato con la mano.

Oddio, che flash, ma da dove è uscita questa qui?
Non so da dove sia uscita ma di sicuro non è mai uscita dai miei pensieri, per tutto il pomeriggio e come dice lei, dove era nascosta? Ecco adesso la cito pure, non va bene, non va affatto bene.
Quando a tardo pomeriggio esco dalla scuola vedo una ragazza che fa avanti e indietro sullo spiazzale antistante l'entrata, mi correggo non è una ragazza, è Bella, che gesticola e parla... da sola:

“Capisci, lo devo fare, non posso... non posso rifiutarmi... Jake ci tiene tanto, quindi pensavo non si può... Dio che situazione del cazzo!”.
“Ehi...”, avvicinandomi attiro la sua attenzione.
“Ehi...”.
“Tutto bene?”.
“Certo, cosa ti fa pensare il contrario?”.
“Non so, forse il fatto che parli da sola?”.
“Sto ripassando.”.
“Ripassando?”.
“Sì, il discorso da farti, o forse sto cercando di farmi coraggio, mah, non importa, hai da fare?”.
“No, ma...”.
“Bene, ti rubo per la cena allora.” e senza neanche farmi rispondere mi prende sottobraccio e si avvia verso l'uscita bloccandosi poi all'improvviso:
“Ops, sono appiedata, tu no vero?”.
“Come appiedata...”.
“Appiedata: sai quando non hai una macchina, quando non hai una bici, quando non hai un taxi, quando non hai un bus, quando non hai...”.
“So cosa vuol dire appiedata,” quasi sbuffo alzando gli occhi al cielo, “il mio stupore era dovuto al fatto che se sei senza mezzo vuol dire che sei qui fuori da quando sei venuta con Jacob.”.
“Wow, bello e anche intelligente, connubio perfetto...” dice più a sé stessa che a me, “... comunque, sì genio, sono qui da allora.”
“E visto che dovevi parlarmi non potevi entrare, invece di aspettarmi qui fuori tutto questo tempo, genia?”.
“Oh anche spiritoso, di bene in meglio...”.
“Vedo che continui a parlare da sola.”.
“Beh, è una prerogativa dei geni!” risponde sorridendo e io le vado dietro.
“Touchè.”
“Quindi? L'abbiamo o no un mezzo?”.
“Lo abbiamo, lo abbiamo.” le rispondo mostrandole la strada e continuando a sorridere.
“Mi pare giusto, ci mancava il sorriso a trentadue denti,” sento che borbotta al mio fianco.
“Quindi ricapitolando ho delle belle mani, sono bello, intelligente, spiritoso e ho un sorriso a trentadue denti...”.
“A quanto pare hai anche un buon udito e una buona memoria.” mi risponde fintamente seccata, il che mi fa ridere sul serio e stavolta è lei che mi segue nella risata, bloccandosi poi all'improvviso. Più che bloccata è quasi pietrificata e pallida, molto pallida:
“Bella?”.
“Non, è, tua, quella, vero?”, respira ad ogni parola.
“La moto?”, si limita ad un cenno della testa, “Beh sì, è mia ed è anche il nostro mezzo di locomozione. È un problema?”.
“No, sì, sìsìsìsìsìsìsì, nonononononono, non posso, posso, nononononono...”.
“Bella, Bella guardami.” mi mette a fuoco solo quando le prendo il viso tra le mani, “Bella, va tutto bene, respira...” le do' l'esempio, “... respira e guardami.”, sembra riprendersi, almeno dal colore che vedo comparirle sul volto.
“Oh, puoi aggiungere anche bellissimi occhi alla lista, direi anche un po' multi color.”, sì sta meglio.
“Okay, è passata. È passata?”, le chiedo lasciandole il viso.
“Se non devo salire lì sopra, sì.”.
“Quindi non ti piace volare e non ti piacciono le moto.”.
“Hmm, nella mia lista ci sono solo punti negativi a quanto pare. A mio favore posso dire che non è che non mi piace volare, soffro di vertigini e purtroppo le moto hanno due ruote non quattro, sono instabili e io sono già instabile di mio. Ho recuperato qualche punto?”.
“No.”.
“Sei esigente eh.”, non ho mai sorriso tanto come oggi, “Beh almeno ti faccio ridere, questo è un punto a mio favore?”.
“Sì. Lo metto nella lista dei pro.”.
“Bene.”.
“Allora, dimmi se deduco male: penso che vuoi parlarmi del fatto che ci hai ripensato e vuoi prendere le lezioni di paracadutismo per accontentare Jacob, giusto?”.
“Come detto, intelligente.”.
“Dunque che io accetti o meno, non credi che dovremo andare per tappe?”.
“Sì, credo di sì.”.
“Non credi che per accettarti come allieva, dovrei vedere un minimo di buona volontà?”.
“Sì, presuppongo di sì.”, assottiglia un po' lo sguardo intuendo forse dove voglio andare a parare.
“Bene, quindi... possiamo andare?” le chiedo salendo in moto e porgendole il casco di riserva. Emettendo un sospiro di sconfitta, accetta il casco e facendosi il segno della croce se lo infila cercando di allacciarlo.
“Aspetta, ti aiuto. Ecco fatto, ti calza a pennello.”, le sorrido offrendole la mano per aiutarla a salire, anche se ancora titubante, l'afferra e si posiziona dietro di me. “Sei comoda?”.
“Credo di sì.”.
“Dove andiamo?”, le chiedo mentre m'infilo il casco.
“Dove vuoi, non ho preferenze.”, risponde stringendosi a me con tutte le forze che ha.
“Bella, puoi farmi respirare un po'?”.
“È strettamente necessario?”.
“Tu che dici?”.
“Okay, ma vai piano.”, finalmente riesco a far entrare aria nei polmoni ma appena Bella sente il rombo del motore sono, di nuovo, stretto in una morsa.
“Oddioddioddioddio...”.
“Tranquilla, ti porto in un bel posto.”.
“Oddioddioddioddio, smettila di ridere, oddioddioddio”, ovviamente rido ancora di più e parto.
Raggiungo il mio pub preferito, per tutto il viaggio sento le litanie di Bella e la sua stretta non solo di braccia ma anche di gambe:
“Arrivati.”, parlotta e non molla la presa “Bella?”.
“Un minuto, posso avere un minuto?”.
“Sì, certo.”, intanto mi tolgo il casco e dopo poco sento le braccia di Bella che mi lasciano lentamente andare, “Tutto bene? Ce la fai a scendere?”.
“Hmmm, sì posso farcela.”
“Grande, così mi piaci.”
“Spiritoso.”
“Beh questo lo avevamo già appurato.”, l'aiuto a scendere e smonto anch'io dalla moto, non faccio in tempo a girarmi verso di lei per aiutarla a togliere il casco che mi vomita addosso, “Oddio, Bella.”.
“Scusascusascusascusa...”, si affanna a cercare nella borsa qualcosa per darmi una prima pulita mentre continua a scusarsi.
“Va bene Bella, può bastare così, entriamo e mi vado a dare una sciacquata al bagno. Te la senti di mangiare? Stai bene?”.
“Mi dispiace, mi dispiace, oddio...”
“Stai tranquilla, va tutto bene...”
“No, non va bene, non va affatto bene, sono un disastro.” m'interrompe mortificata, sorridendo e mettendole le mani sulle spalle:
“Beh, diciamo che sei un... grazioso disastro. Ora te la senti di andare a mangiare? Io sono affamato.”, il sorriso le riaffiora sulle labbra e mi fa cenno di sì.

A cena, oltre a conoscerci meglio, affrontiamo l'argomento volo acrobatico. Giustamente si tratta del matrimonio di Jake, che ha deciso di fare una breve cerimonia in aria e Bella è la sua testimone, insieme a me, visto che siamo entrambi single. Non si può rifiutare di imparare, o almeno di provarci, quindi parliamo degli step da affrontare per arrivare al lancio finale e ho in mente un bel piano. La serata passa piacevolmente e già accompagnandola a casa in moto, abbiamo fatto un passo avanti, ha tenuto gli occhi aperti e la presa non era mortale come all'andata, soprattutto non ha vomitato quando è scesa.
Il giorno dopo inizio gli escamotage per farle affrontare la paura dell'altezza. La vado a prendere sempre in moto, tanto per non farle perdere l'abitudine, raggiungo la meta che ho in mente e poi, distraendola con qualche discorso che le interessa, la porto ogni volta più in alto, anche se sono altri picchi di altitudine quelli che vorrei farle provare. Mai visitati così tanti luoghi come in questi giorni. Il bello è che lei non si accorge dell'altezza, così presa dai discorsi che facciamo, finché non le dico di guardare il panorama. Ogni volta si blocca, le manca un attimo il respiro, poi inizia con le sue litanie.
A parte la prima volta che si è messa a carponi e voleva andarsene strisciando a terra, non ho dovuto più temere figuracce. Beh, a parte la volta della ruota panoramica, dove ha dato di stomaco un'altra volta e ovviamente anche durante il primo volo in elicottero, per farla abituare e poi passare all'aereo. Però, tutto sommato, si è comportata egregiamente. Ogni sera, quando la riporto a casa, è più soddisfatta e orgogliosa del giorno precedente e, a dirla tutta, anch'io. Ed è sempre più difficile lasciarla andare. Anche lei si trattiene sempre più a lungo prima di salire in casa, a meno che non m'inviti per un caffè o per il bicchiere della staffa,  a volte accetto, a volte no. Dopo aver passato l'intero pomeriggio e spesso anche la serata con lei, accanto a lei, è veramente dura... e duro, per me rimanere ancora insieme. Preferisco andare a casa e calmare le mie voglie da solo. Neanche a quindici anni mi masturbavo con questa frequenza, c'è da dire che non conoscevo Bella all'epoca. Non è solo una bella ragazza, è molto di più e non parlo di intelligenza, di simpatia o almeno non solo di questo. Lei è così particolare, nonostante tutto ottimista, la sua voglia di vivere è molto coinvolgente, non mi sentivo così vivo, così completo da tempo. Veramente non sapevo neanche che mi mancasse qualcosa finché non è entrata lei nella mia vita e come è entrata, un vero e proprio tornado. Il solo pensare a lei mi fa sorridere. Sicuramente le piaccio anch'io ma credo che non sia il momento di andare avanti, forse dopo il matrimonio, ora abbiamo altro a cui pensare, tipo il suo primo lancio:

“Allora Bella, pronta?” le chiedo mentre la controllo e aggancio la sua imbracatura alla mia per fare il primo lancio insieme, non sentendo risposta “Bella? Ci sei?”, la vedo fissa a guardare il portellone aperto, “Tranquilla, sei pronta. Abbiamo lavorato tanto per arrivare ad oggi, hai fatto passi da gigante, è un mese che non mi vomiti addosso. Sei pronta.”.
“Non è vero l'altra sera ho vomitato, certo non addosso a te ma ho vomitato.”.
“L'altra sera hai esagerato nel bere e ancora non mi hai spiegato il motivo.”.
“Non vorrai che te lo spieghi ora vero?”.
“Perché no, potrebbe essere utile per distrarti.”, intanto con la scusa di sistemare l'imbracatura la spingo fino quasi al portellone.
“Te l'ho detto, avevo dei pensieri fissi e non volevo avere quei pensieri fissi.”.
“Secondo me c'entra un uomo e non me ne vuoi parlare.”.
“Ma se sei l'unico che frequento da un mese a questa parte...”
“Appunto.”.
“Hmmm, presuntuoso e per essere precisi sappi che non funzionano più i tuoi giochetti per distrarmi, sai?”.
“Dici?”.
“Dico, dico.”.
“Girati Bella.” lo fa e si ritrova quasi fuori dall'aereo.
“Cazzo.”, esclama saltando all'indietro e scontrandosi contro il mio petto.
“Va tutto bene.” le dico mettendole le mani sulle spalle.
“Cazzocazzocazzocazzo, che ci faccio qui?”.
“Stai imparando a volare.”.
“No, non io, nonononononono.”.
“Sì, lo stai facendo per il tuo amico Jake.”.
“Per Jake.”.
“Sì e soprattutto lo stai facendo per te, per affrontare le tue paure.”.
“Posso vivere benissimo con le mie paure.”.
“E lo stai facendo per me.” si gira di scatto verso di me.
“Davvero?”.
“Sì, per aumentare la tua lista dei pro.”.
“Perché, perché dovrebbe interessarmi.”.
“Hmmm, perché vuoi piacermi?”.
“Come già detto è presuntuoso da parte tua pensare questo.”.
“Forse lo è ma è anche la verità e ora andiamo.”.
“Nonononononono.”.
“Sìsìsìsìsìsìsìsìsì.”.
“Noooooooooooooooooooooooooooo.” e stavolta posso solo che abbracciarla e lanciarci entrambi nel vuoto.
“Bella?”.
“Cos'è, cos'è quest'aria in faccia? Oddioddioddio...”.
“Apri gli occhi Bella, guarda stai volando.”.
“Oddioddioddio non posso aprirli, se poi vomito?”.
“Beh sono di dietro non davanti a te.”.
“Ma scusa il vomito non va in alto con l'aria? Non ti becco uguale?”.
“Non so, vogliamo aprire un dibattito scientifico?”.
“Forse dopo, quando saremo a terra.”.
“Apri gli occhi, aprili Bella.”.
“Tu non mi lasci vero?”.
“Certo che no, sono qui, mi senti?”, la stringo un po' di più.
“Sì, sì ti sento. Come potrei non sentirti, sei così duro...” non posso fare a meno di ridere anche se ha pienamente ragione.
“Se ti aiuta, concentrati su quello ma apri gli occhi Bella.”.
“Okay...” dopo alcuni secondi “Wow, sto volando, Edward sto volando, è meraviglioso, ci sei riuscito, sto volando.”.
“No Bella...”.
“Come no, sto volando guarda.”.
“Sì, stai volando ma ci sei riuscita tu non io.”.
“Oh, grazie anche a te però.”.
“Facciamo un passo avanti?”.
“Ma se stiamo volando come facciamo a fare un passo avanti? Si cammina mentre si vola?” ecco questa è Bella, la mia Bella.
“Ti fidi di me?”.
“In questo preciso momento, per forza di cose mi fido di te.” mi risponde giustamente.
Lentamente allento la presa sulla sua vita e porto le mie braccia sulle sue che tiene incrociate sul petto.
“Edward?”.
“Shhhhh, va tutto bene.” raggiungo le sue mani e un po' a fatica riesco a prenderle tra le mie facendole allargare le braccia, poi, sempre con molta calma, mi sposto di fianco, faccio scorrere la mia mano sul suo braccio per prenderla infine solo per la mano.
“Edward? Non te ne stai andando vero?”.
“No, sono legato a te.”.
“Quindi se non lo eri te ne andavi?” mi chiede con voce scandalizzata.
“Non lo farei mai.” ci guardiamo sorridendo.

La nostra discesa libera continua, sono riuscito anche a lasciare la mano di Bella per un po', certo a quel punto si è aggrappata alla fune che ci teneva legati fino a quando non ho aperto il paracadute ma  come primo lancio non è andata male, non è affatto andata male.
Anche l'atterraggio è stato buono, appena liberi dalle imbracature, mi è saltata addosso stile koala, solo che non era attaccata alla mia schiena ma al mio torace e mi ha riempito di baci su tutto il viso ringraziandomi e offrendomi l'ennesima cena, non che mi dispiaccia eh.
Ora, lancio dopo lancio, è così entusiasta di aver imparato a volare. Non fa altro che dirmi di quanto sia bello sentire l'aria sul viso, di come si senta libera quando è lassù, di come la sua mente spazia, di come sia bello guardare il mondo dall'alto.
E vedo tutto ciò nei suoi occhi, mentre celebriamo il matrimonio di Jake e Leah tra le nuvole. È proprio felice e soddisfatta di sé stessa, io lo sono di lei. Ha superato le sue paure, ha imparato ad amare anche la moto, tanto che ha insistito di passarla a prendere anche oggi con la mia due ruote, nonostante il vestito da cerimonia che indossa per il ricevimento. È splendida.
L'ho riaccompagnata a casa, sono davanti al suo portone, in sella alla mia moto, lei è  salita da un po' e io sono ancora qua con i miei pensieri.
Il ricevimento è finito e gli sposini sono partiti. I nostri incontri sono finiti, le lezioni sono finite, i nostri pomeriggi insieme sono finiti, le nostre cene sono finite, no...  cazzo no! Non voglio che finisca il nostro tempo insieme.
Scendo e chiudo la moto, mi precipito al portone fortunatamente rimasto aperto e salendo a due a due gli scalini, corro al suo piano. Sto per suonare ma mi accorgo che la porta è socchiusa, aprendola sento Bella impegnata in uno dei suoi monologhi.

“Ma che cazzo, possibile? Niente, non mi ha detto nulla. Non mi ha chiesto se volevamo continuare a vederci, non mi ha baciato, anzi non ci ha mai provato. E quelle labbra sono così belle, devono essere morbide, morbidissime, che spreco, che spreco non utilizzarle, soprattutto con me. Un vero spreco. Potevo capire prima, mentre ero sua allieva ma ora? Le lezioni sono finite e lui non ha fatto niente, non mi ha detto niente, non mi ha proposto niente. Ma cazzo devo fare tutto io? Possibile? Oh, a meno che non gli piaccio. Potrebbe essere no? Naaaa, no dico mi avete visto? Sono uno spettacolo.” e mirandosi allo specchio è allora che si accorge della mia presenza, “Edward?”.
“Ciao.”.
“Ciao, ma...”.
“Eri così presa dal tuo discorso che non ti ho voluto fermare.”.
“Gentile da parte tua.” risponde sarcastica, “Cosa fai qui e come sei entrato e soprattutto da quanto sei qui?”.
“Non hai chiuso la porta,  o forse speravi che ti seguissi?”, mi avvicino a lei.
“Presuntuoso e...”.
“Sì, lo abbiamo già detto, e?”, la prendo per la vita e l'avvicino a me.
“... duro.” è appena udibile ma la sento.
“Anche questo lo abbiamo già appurato, più volte. Ora vogliamo vedere se hai ragione sulle labbra?”.
“Eh? Cosa...”.
“Se sono morbide?”.
“Ohhh... sì, morbide, sìsìsì vediamo, anzi proviamo...”.

Sorridendo mi avvicino alle sue labbra con le mie, le assaporo lentamente, prima il labbro superiore, poi quello inferiore. Ci passo la lingua, le mordo delicatamente. Mi prendo tutto il tempo di questo mondo prima di chiederle il permesso di entrare nella sua bocca. Quando entro il nostro bacio si trasforma e i nostri corpi si cercano, le nostre mani esplorano. Riprendiamo fiato ma non mi stacco da lei, continuo a baciarle il viso, l'incavo del collo, lei con le mani tra i miei capelli mi tiene stretto a sé.

“Allora?” le chiedo continuando a baciarla.
“Hmmm, cosa? Allora cosa?”.
“Le mie labbra come sono?”.
“Oh sono... brave, molto brave.”.
“Brave?”.
“Sì, bravissime... e morbide... e dure...”.
“Credo che tu abbia le idee confuse.” le alzo il lungo vestito per prenderla in braccio facendole cingere i miei fianchi con le gambe, inizio a baciarle il solco del petto grazie alla scollatura che ha.
“No, no, sono proprio...”.
“Credimi Bella hai le idee confuse. E hai bisogno che te le schiarisca...” la faccio sedere sul tavolo, le sfilo il vestito e le mie labbra si appropriano dei suoi seni morbidi, pieni al punto giusto, la faccio sdraiare.
“Ohhh... sì, forse... sì forse devi schiarirmi le idee... confusa, sono confusa... confusissima. Non c'è nessuna più confusa di me...” lascio i seni alla cura delle mie mani che sembrano nate apposta per loro, mentre la bocca e la lingua si dirigono alla sua intimità, “Cazzo... quanto sono confusa... cazzocazzocazzo...”.
“Su quello ti schiarisco le idee dopo.”.
“Sì, dopo... dopo mi schiarisci ancora le idee... sìsìsìsìsìsì...sììììììììììì.” accolgo il suo orgasmo nella mia bocca, lascio che le contrazioni finiscano e risalgo su di lei baciandola, arrivando al suo orecchio:
“Sei buona.”.
“Tu, tu sei buono... e bravo... e bello... e ti voglio nudo...” sollevandosi comincia a sbottonarmi la camicia, la sfila, “Sei troppo vestito...” mi bacia il petto, “Sai di buono... e sei morbido...” mi slaccia i pantaloni, “... e duro” li fa cadere a terra, “Sei bello... sei sempre troppo vestito... nudo... devi essere nudo.”
“Non posso andare in giro nudo.”.
“Oh sì... sempre nudo...”, mi abbassa i boxer e prende in mano la mia erezione curandosene.
“Mi sembri più confusa di prima.”.
“Schiariscimi le idee Edward.” detto e fatto, sono dentro di lei.
“Dio...”.
“No, sono sempre io.”, spingo in lei.
“Appunto... un dio... sceso sulla terra...”, altra spinta.
“Sono sceso...” spinta, “... per portarti...” spinta.
“Dove... dove mi porti...”, spinta.
“In alto... tra le nuvole...” spinta, “... vuoi venire con me?” spinta.
“Oh sì... voglio venire con te... fammi venire con te...” inizio a spingere e non mi fermo più.
“Vieni con me... andiamo a...”.
“Dove... dove andiamo...”.
“A passeggiare... tra le nuvole...”.
“Vengo sì, vengo con te... Edward...” la sento strizzarmi fino a quando anch'io non mi riverso in lei. Rimaniamo così, uno sull'altra, l'uno dentro l'altra.
“Mi piace.”.
“Cosa?”, alzo un po' il viso per guardarla negli occhi.
“Passeggiare tra le nuvole.” sorride seguita da me.
“Questa non era una passeggiata.”.
“No?”.
“Questi erano due passi.”.
“Oh...”.
“Ora andiamo...”
“Dove? Dove vuoi andare ora?” mi chiede quasi disperata.
“A passeggiare.”.
“Tra le nuvole?”.
“Più in alto Bella. Molto più in alto.” e prendendola tra le braccia, mi dirigo verso la sua camera da letto.



Fine

martedì 2 febbraio 2016

Breath




I miei occhi cercano disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi, alla fine si appoggiano su un cartellone pubblicitario.
Non riesco a distinguere le figure, la mia vista si sta appannando, vedo solo tanto azzurro, che mi riporta agli anni della mia infanzia al mare.
Ero così felice di passare le vacanze estive al mare, non vedevo l'ora della chiusura scolastica per poter passare quei mesi con la mia famiglia.
“Bella, Bella, vieni è pronto.”, sento la voce di mia madre, mi chiama, era dura farmi rientrare in casa, volevo stare sempre in spiaggia.
Tornare a scuola era una tragedia, tutti gli anni un dramma, tranne un anno, quell'anno, l'anno che conobbi Edward.
Il penultimo anno di liceo, il primo giorno di scuola sono andata a sbattere addosso ad Edward, mai scontro fu più delizioso.
Usciva dalla segreteria ed io entravo, entrambi senza guardare dove andavamo, mi sono ritrovata a terra con tutti i libri sparsi.
Lui gentilissimo, mi ha aiutato a rialzarmi e a raccogliere le mie cose.
Abbiamo iniziato a parlare, si era appena trasferito con la famiglia per il lavoro del padre.
Mi sono proposta per farlo inserire nel nuovo ambiente e anche se lui frequentava l'ultimo anno, ha accettato con piacere.
Da quel giorno siamo diventati inseparabili.
Non so come ma dopo alcuni mesi, eravamo una coppia.
Il nostro primo bacio non lo dimenticherò mai, come la nostra prima volta.
Per me era la prima volta in assoluto e lui è stato così attento, premuroso ma anche così “uomo”.
È stata dura lasciarlo partire per il college ma le sue rassicurazioni mi davano fiducia, poi quando anch'io finalmente l'ho raggiunto è stato tutto più facile e la nostra vita insieme andava benissimo.
Quando arrivò il lavoro per entrambi, eravamo felicissimi, quel fine settimana festeggiammo alla grande.
Poi i ritmi del lavoro ci hanno allontanato, alla fine a malapena parlavamo e siamo arrivati alla decisione di lasciarci.
Perché?
Volevamo una famiglia, volevamo sposarci, che fine hanno fatto quei due ragazzi?
Davvero non potevamo risolvere il problema, qualunque fosse stato?
Non ho mai capito come è iniziata, ma soprattutto non ho mai compreso veramente perché è finita.
È strano, proprio pochi giorni fa pensavo a lui, volevo provare a chiamarlo, magari vederci per un caffè.
E ora, non potrò più farlo. No, non potrò più.
Dicono che quando stai per morire, tutta la vita ti scorre davanti... è vero...
Sento le forze abbandonare il mio corpo...
Gli occhi non vedono quasi più...
Non sento neanche più le mani che stringono intorno al mio collo...
E nei polmoni non ho più... aria.



Fine

Il cavaliere e la sacerdotessa




Sangue.
Sangue sulla mia lama, sui miei abiti, sul corpo degli uomini che ho brutalmente ucciso.
Sangue sulle mie mani, che porto al volto, sgomento per quanto appena accaduto. Mai avrei creduto che sarei stato capace di commettere tutto questo.
Sono un assassino! Non mi sento minimamente un cavaliere.
Il nobile Carlisle, mio maestro d’armi, mi aveva avvertito che la prima volta che la mia spada avesse infilzato una qualunque parte vitale di un uomo, l’avrei sentita affondare, lentamente ma decisa, nel punto da me scelto per colpire. Sarebbe stata l’estensione del mio braccio, mi avrebbe eretto a giustiziere, facendo di me colui che avrebbe colpito solo per la volontà di porre fine alla vita di un uomo che non la meritava più.
Mi aveva anche detto che avrei provato una forte sensazione di stordimento, in quanto, come prima volta, sarei stato incapace di realizzare pienamente la mia azione e, probabilmente, il senso di colpa che ne sarebbe scaturito poi, mi avrebbe attanagliato la mente e il cuore.
Ma se, al contrario, la mia coscienza avesse avuto le sue buone ragioni per compiere tale atto, sarei arrivato a capire che non avevo nulla da temere.
E allora perché mi sento così? Ho sempre creduto ciecamente negli insegnamenti del mio nobile maestro ma… ora sto male.
Hai agito per difendere Isabella!, ripete una voce dentro di me per aiutarmi a trovare una ragione al massacro appena compiuto. Questi uomini hanno tentato di profanare la sua sacralità con la violenza e tu l’hai fatto per lei. L'hai fatto per salvarla, per proteggerla, altrimenti quegli individui avrebbero potuto farle del male. E non te lo saresti mai perdonato.
Ciò che aumenta la mia angoscia, è sentire il suo sguardo su di me. Perché so che lei mi sta fissando, atterrita da ciò a cui ha appena assistito. Lei mi ha visto compiere l’eccidio di uomini senza onore, in un momento in cui ho perso il controllo, non capendo più nulla e lasciando libero sfogo ai miei istinti, che si possono tradurre con una sola parola: furia. Una furia cieca, violenta, implacabile, scatenata dalla paura per lei.
L’aroma ferroso del sangue sulle mie mani mi penetra nelle narici, dandomi un opprimente senso di nausea che tormenta le mie viscere.
Apro gli occhi e, attraverso le dita, osservo la scena intorno a me. Tutte le persone che ho trucidato. Le budella di uno di quegli uomini sono al di fuori del suo corpo. Porto una mano allo stomaco, le gambe molli per la tensione ormai allentata non reggono il mio peso. Cado in ginocchio e vomito.
- Ho... ho ucciso... che cosa ho fatto? - chiedo a me stesso, pur sapendo di non potermi dare una risposta.
- No... nobile Edward... - mormora la giovane Isabella.
Mi volto a guardarla. Con movimenti lenti e leggeri si sta avvicinando a me. Le faccio subito cenno di non muoversi.
- Allontanatevi, venerabile Isabella, lasciatemi stare – dico perentorio, mentre una mano taglia l’aria per sottolineare il fatto che non voglio si avvicini.
- Ma... lasciate che... –
La sua voce trema, ma io non termino nemmeno di ascoltare ciò che ha da dire. Con uno scatto fulmineo, mi allontano da lì per dirigermi al fiume. Ho bisogno di lavarmi, pulire via tutto il sangue che ho addosso. Anche se non servirà a molto, perché il forte senso del peccato, sta penetrandomi fin dentro l’anima.
Mi privo velocemente dei miei abiti e, in un attimo, mi lascio avvolgere dal placido scorrere del torrente, in netta contrapposizione col turbinio dei sentimenti che imperversano nella mia mente e nel cuore. Il gelo dell'acqua, a contatto con la pelle, mi scuote in tutto il corpo e lentamente raggiungo il centro del rivo. Ho portato con me la spada, lasciando il fodero sui vestiti, e cerco di distrarmi pulendo la lama dagli ultimi grumi di sangue rappreso.
Alzo lo sguardo, e mi perdo ad ammirare la luna, cercando di alleviare un po’ quella sensazione di soffocamento che mi opprime. E nella mente tornano le parole del maestro che insistono sul fatto che non devo sentirmi così. Lo rivedo sorridere, mentre mi confida di essersi accorto già da tempo della mia simpatia per la Sacerdotessa dell’Aria, e mi ripete che l’intenzione di proteggerla è nobile e giusta, indipendentemente dal fatto che le mie motivazioni non siano solo quelle di un uomo che segue un codice di condotta e un modo di vita, ergendosi a difensore della giustizia e dei giusti.
So bene che questa cosa risponde a verità, perché so perfettamente che per Isabella sarei pronto a dare la vita.
È bella. È davvero bella.
Mi piacerebbe poter dire di essere l’unico a pensarla in questa maniera, ma sono consapevole che per conquistare il suo cuore dovrò lottare, non solo contro altri uomini, come Jacob per esempio, ma anche e soprattutto contro le convenzioni del Santuario. Ma so anche che l’attrazione che ho per lei, frammista a qualcosa che non ho ancora ben chiaro cosa sia, sarà la mia forza contro qualsiasi ostacolo.
- Isabella – mormoro in un sospiro.
Il suo volto si staglia nella mia mente in tutta la sua bellezza, scatenando in me una serie di pensieri che solo lei mi istiga… anche se non dovrebbe essere così. Sarà che, con quello sguardo da cerbiatta indifesa, inconsapevolmente, lancia delle occhiate che si prestano a più interpretazioni; oppure perché, quando adempie al suo compito di sacerdotessa, per degli attimi il suo sguardo diventa di un marrone più liquido, come in preda a una possessione da parte dello Spirito dell'Aria che le è sacro, una specie di trance non tanto dissimile da... dallo sguardo di una donna contorto dal piacere e dalla pacatezza dei sensi che le deriva da quel momento ovattato di lussurioso appetito. La immagino, priva di quelle vesti rituali che indossa, mentre si muove con me in quell'oblio fatto di voci spezzate e gemiti sfuggiti al nostro controllo.
Strizzo gli occhi, come a voler scacciare certe idee così eccitanti, e abbasso la testa passandomi una mano tra i capelli. A piccoli passi esco dall’acqua. Comincio ad avere freddo e voglio solo tornare a casa, stendermi davanti al fuoco e smettere di pensare. Perché i pensieri mi stanno distruggendo.
Mentre mi rivesto, incurante del fatto di essere ancora bagnato, riesco a ricordare piccoli dettagli del massacro che in quel momento apparivano superflui. La velocità delle mie gambe per schivare gli affondi, il suono cristallino delle spade che si scontravano, il crescente batticuore nel mio petto, martellante e incessante, mentre la mente e un istinto da predatore che fino ad allora era rimasto sopito in me, mi istigavano ad attaccare, per spiazzare le difese degli avversari. Colpire con forza, con l'intento di far male, con la voglia di sopravvivere allo scontro e soprattutto vincere. Vincere per lei.
E Isabella aveva visto. Aveva osservato il lampo omicida che era scattato in me. Forse si era resa conto anche del mio sorriso, dopo aver ucciso l’ultimo uomo. Un sorriso di appagamento dovuto al tonfo sordo dei corpi ormai privi di vita, mentre si accasciavano al suolo.
Era stato come se in quel momento venisse fuori un essere sconosciuto, un altro io, silente ma letale, che albergava silenzioso nel mio profondo e che aveva trovato il modo di mostrarsi compiacente alla morte, nutrendosi di quel perverso piacere che gli derivava dall’uccidere.
Sono letteralmente terrorizzato da quanto sto scoprendo di me stesso e, dalle mie labbra, sfugge un respiro profondo.
Di cosa è capace quest'essere sanguinario? Sono davvero dominato da un'altra personalità? E se questa mia sensazione fosse esatta, sarei capace di contrastare quest'ombra? E Isabella, ha percepito anche questo?
Tante domande e nessuna risposta.
Trattengo il respiro, sedendomi su una roccia e percorrendo con lo sguardo l’oscurità intorno a me spezzata solo dalla tremula luce della luna.
C’è qualcosa di diverso nell’aria. Ora è più intensa, più vibrante.
- Nobile Edward, state bene? –
Non può essere lei. La mia mente mi sta giocando un brutto scherzo nel farmi immaginare la sua voce così delicata.
Mi volto, lasciando scorrere lo sguardo nel buio che mi circonda, ben sapendo di essere solo. Sbatto più volte le palpebre perché non posso credere ai miei occhi. La sua figura si staglia a pochi metri da me, sotto un fascio di luce, cogliendomi impreparato.
- Perché non mi rispondete? Vi sentite male? – mi domanda ancora.
Si avvicina decisa, come se dovesse soccorrermi. Ed è subito di fronte a me. Non è un’illusione creata dalla rifrazione della luce lunare. È proprio lei. La donna che ho salvato poco prima. La mia sacerdotessa.
- Venerabile Isabella, ecco... –
Spero tanto che ci sia abbastanza oscurità affinché non si accorga del mio imbarazzo, né del fatto che sono totalmente rapito nella contemplazione del suo viso perfetto e bellissimo. Mi sento come un pivello alla prima infatuazione per una donzella.
- Allora non avete perso la parola – dice, con l’ombra di un sorriso. - Come mai siete scappato via in quel modo? – chiede poi con un'aria sinceramente preoccupata.
- No... io… volevo semplicemente star solo - commento laconicamente, cercando di non far trapelare alcuna vergogna.
Abbassando il capo, noto che la ragazza non ha i soliti calzari, ma i suoi piedi nudi affondano dolcemente nell’erba alta della riva del fiume. E con una fugace, ma intensa occhiata, mi soffermo a sbirciare il profilo appena accennato delle sue gambe snelle e lunghe che, in questa notte stellata, risalta attraverso la trasparenza del tessuto leggero della sua veste.
Mi costringo a riportare gli occhi sul suo volto, visto che ora il vento gioca in modo seducente con la tunica che fascia le linee del suo corpo sinuoso.
- Nobile Edward, spero non vi dispiaccia se resto qui – dice con un sorriso cortese mentre mi fissa.
Il suo sguardo è intenso, si lega al mio in un contatto visivo prolungato. Un incrociarsi di iridi eloquente nel loro dialogo muto.
- Non vedo come potrebbe... potrei… anche perché vi siete seduta accanto a me... – ribatto, constatando una cosa di cui non mi ero assolutamente reso conto.
È una cosa strana, ma alle mie parole l’aria intorno a noi si agita, come se fosse guidata da una sorta di emozione.
- Grazie. Spero che ora vi sentiate meglio e... per quello che avete fatto... ancora grazie, mi avete salvato la vita, davvero – afferma con dolcezza.
- Di nulla. Sono un cavaliere ed è mio dovere - rispondo, cercando di puntualizzare che la mia prima missione sia proprio difendere il prossimo.
La sua presenza così vicina, non mi permette di essere completamente padrone di me stesso. Quanto vorrei avere anche solo un briciolo della glacialità di Carlisle, ma probabilmente il destino vuole che questa caratteristica non mi appartenga.
D'un tratto avverto un lieve calore sul palmo della mano. È Isabella che mi accarezza, con un gesto gentile e delicato. Ma quando osservo meglio, mi rendo conto che non sono le sue dita a sfiorarmi con leggerezza i polpastrelli, bensì un piccolo vortice d’aria che sembra scaturire dalla sua mano.
Rimango incantato a guardare il lieve movimento del suo dito indice che disegna cerchi d’aria a pochi centimetri dalla mia pelle. La sua mano è bellissima, all’apparenza morbida e liscia e… leggermente luminosa.
Alzo gli occhi per guardarla in viso, ed è tutta lei a brillare. Più intenso si fa il chiarore, più la brezza intorno a noi si agita e si riscalda.
Possibile che veramente l’aria risponda alle sensazioni del suo corpo?
Sono colpito da questa cosa, e mi rendo conto ancora di più della consapevolezza del desiderio che ho di lei. Non so se è solo per una notte oppure per tutta la vita, perché adesso il lieve tocco dell’aria è divenuto carne e non mi dà occasione per comprenderlo razionalmente.
Le sue dita si fanno leggermente più audaci, e comincia ad esplorare con minuzia quel lembo della mia pelle, continuando a creare dei piccoli cerchi sulle mie. Sento un brivido partire dalla nuca per poi riverberarsi lungo la schiena, in modo sempre più intenso. Mi sento molto attratto da lei, anche se il mio lato razionale mi dice che dovrei allontanarmi, e subito.
È assolutamente sbagliato.
Il corpo non reagisce al mio monito di alzarsi da quella roccia su cui mi ero accomodato, anzi, si delizia di questo contatto improvviso e assolutamente inaspettato, anche se desiderato.
- Isabella... io... credo che dovrei andare… - le dico in un sussurro.
- Cosa c’è di così importante da allontanarti da me, Edward? -
Ecco la risposta che odo, unita anche da un uso del tu con un timbro di voce molto più persuasivo rispetto al solito. Caldo, marcato e decisamente... seducente.
Che stia interpretando in maniera errata il suo comportamento? Possibile che lei nutra il mio stesso desiderio?
- Il mio maestro d’armi potrebbe chiedersi che fine io… abbia fatto –
Non riesco più a parlare perché il suo viso si avvicina lento al mio, e i suoi occhi color nocciola mi entrano nel profondo dell’anima, come piccoli aghi di un agopuntore cinese, pronti a darmi sollievo e consolazione in questa notte i cui risvolti potrebbero rivelarsi imprevedibili.
- I…Isabella… ma cosa…? –
Sorride, e i suoi denti brillano illuminati dai raggi lunari.
- Beh... voglio dirti grazie... ma a modo mio. Davvero. Tutto qui, null'altro –
Questo mormorio di parole mi arriva al cuore che non può più mentire a se stesso, dato che agognava sentirle dalla sua bocca da tempo, ormai.
Isabella si avvicina ancora, e mi prende il volto tra le mani accarezzandolo con un lento movimento dei pollici. E a quel contatto così intimo, tutto, intorno a noi, cambia. L’aria esplode calda, carezzevole… stuzzicante.
Sono completamente spiazzato da questa situazione alla quale non riesco a credere. E lei, approfittando della mia esitazione, con un gesto fugace quanto sottile e ben meditato, si avvicina rapida alle mie labbra.
Labbra sottili, calde... perfette.
Con mio sommo stupore, con la lingua mi chiede il permesso di entrare nella mia bocca. Quando abbandono ogni mio proposito di restare sulla linea difensiva che volevo adottare per passare subito all'attacco, il vortice d’aria intorno a noi impazzisce. È forte, violento, intenso… come il calore che emana dal suo corpo, ora di una luminosità accecante.
L’aria mi libera di ogni timore, vergogna, remora, lasciando uscire la passione selvaggia che provo per questa donna.
Velocemente il mio atteggiamento cambia e mi approprio della sua bocca con un impeto che non si aspettava. Mai avrei creduto che Isabella possedesse almeno un po' d'esperienza. È una sacerdotessa dopotutto, ma questo suo modo di approcciarsi a un uomo, senza timidezza, senza insicurezza o paura, mi sta facendo perdere la ragione. Avevo la certezza che donne appartenenti a una casta sacra come quella sacerdotale, dovessero essere pure.
Non tenendo conto di ciò che l’aria sta facendo intorno a noi, inizio a chiederle di più, serrando i suoi fianchi nella mia presa, attirandola a me e arrendendomi nello sfiorare le sue sottili e tenere curve al di sotto della tunica candida e leggera.
Nel mentre che le nostre lingue si contendono la supremazia sull'altra, avverto l'incresparsi di un sorriso sulle labbra di questa ragazza che mi dà, ora, la parvenza di essere una giovane donna che sa cosa vuole, e sento che è inutile cercare di fermarmi. Almeno per questa notte voglio dimenticarmi tutto il resto e bearmi del calore del suo corpo e del sentimento ancora indefinito che ci ha condotti sino a qui. E se la bestialità di quel demonio che è fuoriuscito prima da me volesse anche crogiolarsi in queste sensazioni, credo che lo lascerei fare.
L'asprezza della rupe sulla quale siamo seduti è decisamente scomoda, ma Isabella, prendendo fiato dalla lotta iniziata nelle nostre bocche, come se avesse intuito il mio pensiero, si solleva dal macigno prendendomi per mano.
Il vento sembra chetarsi, tornando ad essere brezza leggera.
- Vieni con me... - sussurra appena, il tanto da poterla udire.
- Sì - le faccio eco, senza sapere dove mi avrebbe condotto.
Camminando a passi veloci, ci ritroviamo in una parte sopraelevata, una collina credo, che non avevo mai visto prima.
Si ferma un attimo, come a voler essere certa della direzione da seguire, e io non resisto. Con un gesto irruento, l’attiro a me e la bacio. Ancora e ancora.
- Edward… - sospira - per favore... un attimo che arriviamo al tempio... –
Un gemito mal celato si infrange contro le mie labbra quando le afferro le natiche sode, saggiandone le rotondità attraverso l’abito.
- Che importanza vuoi che abbia se qui o al tempio, no? - mi basta soltanto la sua vicinanza per farmi sragionare. - Possiamo restare qui... oppure ti vergogni? -
Il suo abbassare lo sguardo immediatamente, mi lascia intuire di averci visto giusto.
- Sì... non voglio che ci veda qualcuno – commenta, con una punta di vergogna che mi piace e che non stona affatto nel contesto.
- Allora andiamo, non sia mai che ci vedano, ma prima... –
Riprendo possesso della sua bocca. La lecco, la mordo. Le mani scivolano ancora fino al suo sedere, l’afferrano per schiacciarla contro il mio corpo. Isabella, istintivamente, si tira su per incrociare le sue gambe intorno ai miei fianchi, facendo aderire la mia intimità dura come il marmo, alla sua, pronta per accogliermi.
L’aria torna a vorticare intorno a noi, al ritmo di qualcosa che ancora non capisco.
La guardo, e le mie labbra si distendono in un sorriso sornione.
- Perché sorridi? –
- È solo che… da quella volta che ti ho visto in città, ho desiderato tutto questo e, il fatto che tu sia una sacerdotessa, non mi ha mai permesso di osare tanto. Sapevo che molte delle custodi degli elementi adempiono ai loro doveri anche se non sono più illibate, ma… ma non immaginavo che tu… -
- Siamo qui, Edward. Tu ed io… per davvero – ribatte decisa.
- Ma tu lo vuoi sul serio? Perché non credo che ti lascerei andare. Non dopo tutto questo… - asserisco, ben sapendo che avrei fatto di tutto per farla mia.
È l’aumento del vento a rispondere per lei. Ora ho capito… più Isabella si lascia andare alle emozioni, più l’aria intensifica la sua potenza. É pazzesco. L’elemento reagisce alle sue sensazioni.
- Sì, voglio - mi soffia sulle labbra.
Perfetto, volevo sentirmi dire solo questo.
- Allora, Isabella, il tempio è quello che ci troviamo di fronte in linea d'aria? - le chiedo.
Scende dal mio corpo e si volta per osservare dove ci troviamo. Poi asserisce col capo e io la prendo per mano cominciando a percorrere, a grandi falcate, la distanza che ci separa dal posto scelto da Isabella per accompagnarci in questa nottata che non avrei mai saputo immaginare, se non nei miei sogni più segreti.
Entriamo, superando le enormi colonne dell’ingresso, e attraversiamo velocemente il piccolo spazio antistante l’ambiente sacro vero e proprio.
Non sono mai entrato in un luogo simile. Solo le persone consacrate possono accedere all’interno dei templi. Mi sento fuori posto qui, e mi chiedo perché abbia scelto proprio il tempio.
La cella è in penombra. La luce si irradia da due lucerne poggiate su un tripode a ciascun lato di un altare di pietra eretto esattamente al centro.
- Perché qui? – domando in un sussurro reverenziale.
- Perché qui posso controllare la mia energia! – risponde, tirandomi per la mano.
Oltrepassiamo l’area sacra del tempio ed entriamo in una altro ambiente nella parte retrostante. Una luce soffusa, che si irradia da gruppi sparsi di candele profumate, mi permette di vedere, addossati alla parete di fondo, una serie di cuscini adagiati sul pavimento. Dall’altissimo soffitto, scendono leggeri tendaggi azzurri e trasparenti, come a proteggere quella piccola alcova.
Capisco subito che è la nostra meta, così la prendo in braccio e affretto il passo. L’adagio sui morbidi cuscini di seta, anch’essa azzurra, e inizio a torturarla in crescendo.
I suoi seni sono caldi e profumati e riesco ad avvertire la fragranza primaverile che si sprigiona dal suo corpo cominciando a vorticare intorno a noi ancora una volta. I suoi capezzoli sono turgidi e piccoli sotto i miei palmi e, nella mia bocca, rilasciano un sapore dolce e dissetante provocandomi, al tempo stesso, un leggero stordimento che so non essere come quello che la giovane donna sta avvertendo, sempre di più, dentro di lei, in modo dolce e nuovo, e che si ripercuote tutto intorno a noi.
Cerco di essere dolce, non irruento, cercando di contrastare l’impetuosità che invece sembra scaturire dal corpo di Isabella.
Continuo a saggiare la pelle di lei, scivolando in basso, verso la sua femminilità.
Ne gusto appieno il sapore di donna, e lei si contorce sotto la mia lingua, portando le mani tra i miei capelli e spingendomi ancora di più nel suo caldo recesso.
Mi compiaccio delle sensazioni che i tocchi, ritmati e continui, regalano alla sacerdotessa, che si lascia cullare, mentre ondate di calore si espandono dal suo fulcro a tutto il suo corpo e nello spazio circostante.
Isabella viene nella mia bocca, sussultando e agitandosi tra le mie dita, e un tornado potente esplode nella cella del tempio.
Ora capisco cosa volessero dire le sue parole di prima. Se tutta questa energia fosse scoppiata fuori di qui, le ripercussioni sullo spazio del mondo avrebbero potuto essere pericolose.
Le permetto di riprendere fiato, poi le chiedo apprensivo:
- Va tutto bene? -
La risposta di lei non si fa attendere. Con un semplice assenso del capo, mi lascia intendere che posso continuare, ed entrambi ci perdiamo nelle sensazioni dei nostri corpi.
Quando Isabella mi avverte in lei, l’aria intorno a noi esplode in potenza unendosi al mio stesso gemito, accompagnando la nostra danza frenetica, il nostro assaporarci l’un l’altra, mentre tutto ciò che è esterno si perde, confuso, nell’oblio.
Isabella solleva appena le sue gambe e le stringe intorno ai miei fianchi, permettendomi di sprofondare ancora di più nel suo corpo.
Gemiamo nelle nostre bocce, inspirando profondamente sulle nostre lingue. Il piacere mi dà alla testa, mi stordisce. Tutto è avvolto in un vortice di luce e aria che accarezza e amplifica la mia percezione, la vita che sento potente in me, la carne, le emozioni, le sensazioni.
Il tempo scorre, il silenzio è spezzato solo dalle nostre voci che si perdono nel soffio del vento che turbina riempiendo lo spazio del tempio.
Il resto è superfluo.
Bastiamo solo noi.
Mai avrei creduto che stare con Isabella potesse dire tutto questo.
La sento inarcare la schiena, urlare il mio nome, mentre due piccole lacrime le solcano il volto. Le raccolgo con la lingua, mentre esplode intorno a me, strizzandomi nel suo io più profondo e, con il nostro piacere, esplode tutto lo spazio circostante. Vortici d’aria potenti e caldi, seguono il ritmo del suo orgasmo, per placarsi quasi completamente nel momento del suo e del mio appagamento.
Mi abbandono completamente su di lei, godendomi il piacere immenso che mi regala il profumo della sua pelle e che la bontà del suo volto e del suo spirito, hanno completato in una perfetta comunione tra sensazioni e percezioni che ora sono reali, tangibili.
- Ora devo andare – sussurra piano.
La sua voce trema mentre le sue mani si muovono lentamente tra i miei capelli. Il suo suono è triste e lontano.
- Che intendi dire? – domando, sollevandomi sui gomiti per poterla guardare in viso.
I suoi occhi sono accesi di pura gioia, ma anche velati di lacrime che non comprendo. La luce che si sprigiona ora dal suo corpo è diversa, più intensa, più brillante. Riscalda la mia pelle rendendomi vivo e forte come mai mi sono sentito prima in tutta la mia vita.
Mi stringe a sé, baciandomi delicatamente e sussurrando un Ti amo soffiato sulle mie labbra.
E mentre sorrido beandomi del piacere che mi provocano quelle due parole, lei si dissolve tra le mie braccia, lasciandomi solamente con dell’aria calda tra le dita.
Mi tiro su, sgomento e spaventato.
- Isabella! – sussurro. – Isabella! – chiamo ancora. – Isabellaaaaaaaaaaa! – urlo disperato.
- Grazie, Edward! Il tuo amore per me mi ha permesso di raggiungere la sacralità del mio elemento vitale per la terra. Non temere… non sarai mai solo. Sarò con te sempre… sempre… sempre… -
Una carezza leggera dell’aria sul mio volto, mi rassicura, mi incoraggia, mi rafforza.
Sono un uomo diverso, ora. Puro e sacro come deve essere un cavaliere degno del suo compito di giustizia.

E mai solo…