martedì 2 febbraio 2016

La via della Luna




 Dall’enorme vetrata del mio salotto osservo il fiume Hudson scorrere pigro a poca distanza dal mio elegante appartamento al 63mo piano della Trump World Tower,  uno dei tanti grattacieli di Manhattan.
L’acqua riflette le luci di New York. Sembra quasi di poter vedere una città alternativa, in cui gli abitanti, forse, non sono così bastardi come in quella reale.
Con la sua lenta corrente, il fiume si porta via un’imbarcazione dalle cabine illuminate.
Vorrei tanto essere trascinata anch’io con la stessa grazia da qualche parte. Qualsiasi.
La luna dai contorni incerti riflessa tra le increspature dell’acqua mi fa pensare a quanto sappia essere bella e ammaliatrice, ma altrettanto pericolosa, falsa. Profondamente ingannatrice. Ha sempre esercitato un crudele fascino su di me. Immeritatamente. A trecentosessanta gradi.
Senza distogliere lo sguardo dal panorama, tolgo le nuove Louboutin che mi fanno un male cane, ma il dolore fisico è l’ultima cosa di cui mi importa in questo momento.
Ho il trucco sbavato a causa delle lacrime che sono scese contro la mia volontà. Ma nessuno le ha viste. E di questo ne vado enormemente fiera.
Ho la consapevolezza di essere arrivata al capolinea. Sorrido amaramente a questo spettacolo di vista.
E alla luna che, a dispetto di tutto, sembra essere in linea con i miei pensieri  indicandomi di prendere il largo.
Ormai ho deciso.
Addio New York.
***
L’AD Masen da più di mezz’ora sta continuando a tessere le mie lodi e a ringraziarmi per aver accettato il posto nella sua Azienda.
Poco importa se l’ho fatto perché non avevo alternative o, soprattutto, perché era il trampolino di lancio per tagliare definitivamente i ponti con la mia “vecchia” vita.
Fino a un paio di settimane fa lavoravo per un’ importante compagnia aerea statunitense, la United Airlines, ma dopo le continue minacce di attentati ricevute nell’ultimo anno proprio nella sede di New York, ho deciso di fare le valige e tornare in Italia.
Comunque, non prendiamoci in giro.
Questa è stata la motivazione ufficiale che ho usato per titolari e colleghi quando ho annunciato le mie dimissioni a sorpresa e senza preavviso. Sarò sembrata scema e paranoica, ma tanto il danno era già fatto. Di certo le voci si sarebbero diffuse in breve tempo. L’umiliazione degli sguardi pietosi non l’avrei potuta sopportare. Non avrei mai dato loro questa soddisfazione.
Quindi non ci ho ragionato troppo su.
Il motivo reale per cui ho cercato e accettato questo impiego è la volontà di lasciarmi alle spalle la storia con quel cretino - e ho usato un eufemismo - del mio fidanzato.
Ottima idea tradirmi con Tania, soprannominata Moonlight per il suo colorito chiarissimo, ovvero la mia collega nonché presunta migliore amica, proprio la sera in cui mi aveva chiesto di diventare sua moglie.
Per uno scherzo del destino li ho beccati proprio io, mentre si strusciavano accaldati e mugolanti nella toilette del locale prenotato per la nostra festa di fidanzamento. E pensare che aveva organizzato tutto lui per farmi una sorpresa.
Hai voglia che sorpresa! Un applauso al promesso sposo dell’anno.
Bel cazzone. E ottima accoppiata.
Ma, soprattutto, standing ovation per Bella prego! In un colpo solo perde fidanzato, amica e lavoro.
Praticamente tutto quello che mi teneva in America.
No, non sono così masochista al punto di rinunciare alla mia vita e al mio lavoro, peraltro ben pagato, per un uomo che vale zero.
Non avrei probabilmente fatto questa scelta se Mike non fosse stato il mio diretto superiore e Luna la mia dirimpettaia di scrivania. E mia amica dal primo giorno in cui ho messo piede nella Grande Mela.
Ah, dimenticavo la ciliegina sulla torta: avevo pure risposto di sì e avevo infilato il bel diamante all’anulare. Una volta arrivata a casa l’ho premurosamente buttato in water.
Sì, lo so … uno spreco enorme. Ma la mia mente in quel momento non era abbastanza lucida da calcolare il giusto rapporto tra danno e beneficio. Amen.
E comunque la soddisfazione di vedere i suoi soldi vorticare verso le fogne di Manhattan non è stata cosa di poco conto.
Comunque, data la mia natura cocciuta ed estremamente orgogliosa, ho deciso di non darmi per vinta.
Mi sono concessa qualche ora di pianto, beh un po’ più di qualche ora. Due giorni interi in pigiama sul divano a divorare gelato e barrette di cioccolata, a guardare film romantici e imprecare contro l’amore che non esiste. Stile Bridget Jones, insomma.
 Quando ho toccato con mano gli effetti dell’ennesima indigestione e gli occhi avevano assunto le proporzioni di due palline da golf ho capito che era giunta l’ora di dare il via al piano b.
Per questo ora sono qui, seduta su una sedia girevole di pelle bianca ,che a fatica riesco a tenere ferma, ad ascoltare questo uomo di mezza età, proprietario della Athena Airlines.
Sta usando un tono cordiale e gentile, pur dimostrando una profonda professionalità. Denota un’assoluta competenza nell’elencarmi i vari reparti dell’azienda sottolineando spesso l’ importanza che dà all’impegno di ogni singolo assunto alle sue dipendenze dai quali, specifica, si aspetta rispetto delle regole e onestà intellettuale. Oltre che impegno e disponibilità.
Figuriamoci, bazzecole rispetto a quello che avevo affrontato alla United, soprattutto agli inizi.
Sessanta tra piloti e comandanti a cui vanno aggiunte una trentina di assistenti di volo. Sarà questo il mio lavoro: organizzare la loro turnazione e i trasferimenti, la prenotazione degli esami di rinnovo delle varie abilitazioni e i relativi spostamenti.
Posso farcela e credo anche senza troppa fatica, dal momento che la mia precedente mansione prevedeva più o meno la stessa cosa, solo che il personale da gestire era moltiplicato per quattro.

«… e quindi sono lieto di avere una persona tanto competente nel nostro staff che sicuramente ci farà crescere e acquisire prestigio nel panorama nazionale ed internazionale!Benvenuta tra noi signorina Swan!»
Credo abbia finalmente terminato il suo monologo dato che lo vedo alzarsi dall’enorme poltrona nera e porgermi la mano in segno di accordo raggiunto.
«Non esageriamo, mi fa piacere far parte di un gruppo ancora in crescita e farò del mio meglio per darvi il supporto che cercate» rispondo con un sorriso di circostanza e la mano stretta nella sua morsa.
A dire la verità non è un lavoro che mi fa impazzire, avrei preferito di gran lunga cambiare radicalmente settore, ma in pochi giorni di ricerca questo è quello che ho trovato e per il momento me lo farò andare bene.
L’importante era iniziare da qualche parte.
Il signor Masen mi accompagna gentilmente alla porta. Sembra un uomo buono e deciso, di quelli che credono ancora nelle proprie idee e nel proprio lavoro. Mi piace, decisamente.
«Rose l’accompagnerà nel suo ufficio, per qualsiasi cosa sa dove trovarmi» con un sorriso mi lascia nelle mani della sua bella assistente bionda, non altrettanto affabile nei miei confronti, a dire la verità.

Quando apro la porta di quello che Rose indica con aria di sufficienza come il mio ufficio, trovo una giovane e bella ragazza seduta ad una delle due postazioni. Appena entro si alza in piedi e mi corre incontro esuberante, quasi abbracciandomi.
«Ciao! Io sono Alice ... tu devi essere la nuova assunta, la mia capa vero?» sprizza entusiasmo da ogni parola e gesto. E mi piace un sacco che mi abbia dato del tu come si usa negli States, un po’ per necessità di lingua, ma anche per cultura.
«Piacere, Isabella. Ma chiamami pure Bella» le rispondo,  contagiata dalla sua genuinità.
Immagino abbia più o meno venticinque anni, qualche anno meno di me, anzi più di qualche anno, ma credo sarà un’ottima collaboratrice. Andremo d’accordo, lo so. Un clima allegro in ufficio non guasta, soprattutto quando il lavoro che stai facendo non è nemmeno nella tua top ten.
Con l’aria festosa che mi pare di capire la caratterizzi, Alice mi accompagna alla postazione ed elenca rapidamente le cose in sospeso che hanno una certa urgenza di essere portate a termine.
«Ok mettiamoci pure al lavoro» dico, mentre mi siedo rimboccandomi le maniche.
«Ho qualche idea di quel che bisogna fare, ma avrò bisogno del tuo supporto per imparare il sistema gestionale e altri dettagli.»
«Certo!Saremo una bella squadra, vedrai!»

Alice, in poche ore, mi illustra il modo abituale di gestire il personale e mi adeguo facilmente alle sue dritte. E’ davvero preparata nel suo lavoro, ci avevo visto giusto.
Decidiamo che, almeno per questo mese, io preparerò solo i turni dei comandanti e mi occuperò di tutto ciò che li riguarda, mentre lei si dedicherà ai piloti e alle assistenti di volo.
Senza aggiungere altro, mi passa la cartella contenente le desiderata che il personale lascia nella cassetta della posta posizionata fuori dal nostro ufficio, e ci mettiamo al lavoro.
 I turni devono essere pronti tra due giorni.
 Possiamo farcela.
***
Vorrei sbattere la testa contro il muro. Devo consegnare questi maledettissimi turni entro oggi pomeriggio e non riesco proprio ad incastrare le richieste di due comandanti. Ho provato a girare e rivoltare tutto e tutti, per ore, ma non c’è verso. Uno dei due, purtroppo, non si vedrà concesso il giorno di ferie che ha chiesto. Io non ne vengo fuori.
Sto per chiedere un consiglio ad Alice per capire quale dei due, secondo lei, posso maltrattare senza troppe conseguenze, quando due tonfi sordi sulla porta mi fanno alzare di botto lo sguardo.
Senza attendere alcun consenso, la porta si spalanca e fa il suo ingresso in scena il dio Apollo in persona.
Resto francamente colpita dal suo aspetto , come non mi succedeva da secoli.
La mia espressione al momento non deve risultare tra le più intelligenti sul mercato. Faccio uno sforzo sovraumano e riesco almeno a chiudere la bocca.
E’ un uomo, sì decisamente un uomo, sui trent’anni, alto, tosto, muscoloso ma a suo modo elegante, non eccessivo. Avanza nella stanza e ha un’andatura sicura e una camminata altamente sensuale. I capelli medio lunghi sono scomposti ad arte e hanno un colore indefinito che và dal biondo al rosso al castano, che neanche  facendo le meches riesci ad ottenere un effetto del genere.
La barba di due giorni gli dà un aspetto ruvido e così maledettamente erotico per i miei gusti.
Porta i jeans tagliati alle ginocchia e un giubbotto di pelle marrone. Sotto, una semplice maglietta bianca attillata lascia intravedere i pettorali scolpiti e una leggera peluria che procura spasmi alla mia bocca. E un tantino più sotto.
Dei  Ray-ban scuri coprono i suoi occhi, ma chissà perché, sono certa anche quelli facciano il paio con il resto.
Lo osservo con attenzione mentre, senza degnarmi di uno sguardo, si avvicina ad Alice e, una volta catturata la sua mano, la bacia con galanteria.
«Allora bellezza sono pronte le mie fatiche per il prossimo mese?» le chiede regalandole un sorriso per il quale dovrebbe essere arrestato all’istante.
«Buongiorno», risponde la mia nuova collega in leggero imbarazzo, «mi dispiace Edward ma da questo mese devi parlare con Isabella, la nuova responsabile dell’ufficio» lo informa ricomponendo, per quanto possibile, la voce tremante.
Entrambi si voltano nella mia direzione. Apollo, a questo punto, trasferisce con le sue lunghe dita i Ray-ban sui capelli rivelando due perle tra l’azzurro e il verde che mi colpiscono in profondità.
Lo sapevo, lo sapevo che sarebbero stati perfetti pure loro. ‘Fanculo.
Tutta questa perfezione mi dà altamente sui nervi e, senza rendermene conto, sbotto  alzandomi rumorosamente dalla sedia.
Acida come non sono abituata ad essere, lo schernisco tendendogli la mano per presentarmi, «direttamente da Top Gun, Maverick tra noi … che onore.»
Mentre Alice tenta di camuffare una risata, mi godo la soddisfazione di vederlo spiazzato con questa mia uscita. Apollo rimane paralizzato con la bocca semi aperta.
Dio quelle labbra rosse. Come cavolo fa …
Scosso dal rumore dei singulti malcelati di Alice, riprende possesso della sua aria spocchiosa e si avvicina alla mia scrivania.
Con la mano sinistra raccoglie la targhetta di metallo riportante il mio nome, con la destra solleva la mia ancora a mezz’aria. Si abbassa in un inchino ridondante e tenta di farmi il baciamano come ha fatto poco fa con Alice.
«Signorina Swan …»
«Non ci pensi neanche lontanamente Signor …» lo blocco ritraendo di scatto la mano.
Due a zero per me. E’ di nuovo imbalsamato.
«Cullen. Comandante Edward Cullen per lei, Miss Swan» si presenta ricomponendosi e mettendo esplicitamente l’accento sulla sua posizione di Comandante.
Benissimo. Proprio benissimo. Secondo giorno di lavoro e ho probabilmente già guadagnato una bella lamentela in direzione. L’AD mi aveva raccomandato di porre particolare attenzione ai Comandanti di questa compagnia. Senza contare che lui è uno dei due nomi a cui dovrà esser negato il giorno di ferie, ovviamente. Perché il mio karma è così bastardo?
«E’ un piacere conoscerla Comandante» ribatto risiedendomi, senza far trapelare il mio fastidio.
«I turni verranno messi nelle vostre cassette entro oggi pomeriggio come da programma, non si preoccupi» continuo.
«Signorina Swan, generalmente la sua collega, molto gentilmente, me li faceva controllare in anteprima … sa per evitare qualche disguido, magari» insiste tentando di ingraziarmi con voce dolce.
«Spiacente», lo gelo, «questa pratica non sarà più in uso finché sarò io la responsabile di questo ufficio.» Termino con un sorriso compiaciuto.
«Ora Comandante, se vuole scusarci, avremmo del lavoro da portare avanti» lo congedo rimettendomi gli occhiali e concentrandomi  sul monitor del mio computer.
 Se il mio problema lavorativo è automaticamente risolto, il suo inizia adesso. Ma ancora non lo sa.
«Certamente. Mi raccomando, faccia bene il suo lavoro signorina …» riprende nuovamente in mano la targhetta evidenziando il fatto che il mio nome sia ben poca cosa per lui «… Swan.»
«Non si preoccupi. Sarà fatto» ribatto senza degnarlo di uno sguardo.
«Arrivederci Alice»
«Arrivederci  Edward» risponde cordialmente lei fingendo di non aver seguito ogni singola parola della nostra entusiasmante conversazione.
La porta si chiude rumorosamente e Alice si scioglie in una fragorosa risata liberatoria.
«Ma tu sei completamente fuori! » sghignazza scuotendo la testa.
Resto interdetta dalla sua reazione, francamente mi aspettavo un po’ più di solidarietà da lei.
 «Perché scusa?», le chiedo. «Io non sopporto le persone arroganti e maleducate, soprattutto quelle che non rispettano il lavoro altrui! E questo come cavolo si chiama, ah si, Cullen davvero è un concentrato di antipatia che raramente incontri nella vita» continuo sempre più alterata «che poi già così giovane si ritrova ad essere Comandante … abbassasse le ali và!»
«Bella, ehm … Edward Cullen è il nipote del signor Masen, l’unico nipote» mi spiega Alice diventata improvvisamente seria. «E’ il figlio di sua sorella gemella che è scomparsa diversi anni fa assieme al marito in un incidente stradale. Il Dottor Masen gli ha fatto da padre ed è stato lui a farlo entrare in compagnia, gli ha fatto fare la gavetta da pilota e poi lo ha fatto prendere la licenza di Comandante. Edward Cullen è l’unico erede della Compagnia perché l’AD non ha figli.»
«Ah. » E’ il mio unico commento sulla questione, mentre tolgo gli occhi dalla mia collega e li porto a fissare lo screen saver del mio monitor.
Ottimo, proprio un bel casino. Brava Bella, come sempre sei una garanzia.
Provo a rimettermi a lavorare sui turni e mi passa per l’anticamera del cervello di cambiarli e di accontentare lui a discapito dell’altro.
Tuttavia, ripensando al suo comportamento, al baciamano che ho evitato per poco, ai suoi occhi gelidi che volevano affondarmi quando se n’è andato, non riesco a provare alcun rimorso o a pensare di aver sbagliato.
No, non mi tirerò certo indietro perché lui è quello che è. Che vada pure a lamentarsi dallo zietto, il nostro Comandante.
“Vaffanculo Cullen” penso, mentre i turni stanno uscendo dalla stampante.
***
«Cosa cazzo sarebbero questi??»
Riconosco la voce appena la burrasca irrompe in ufficio. Il Comandante Cullen si avvicina a grandi falcate nella mia direzione sventolando furiosamente un foglio in aria.
A dire la verità lo stavo aspettando già da un paio d’ore, ma si vede che il nostro Comandante è andato a ritirare la sua turnazione con tutta calma essendo ormai quasi ora di pranzo.
«Buongiorno anche a lei Comandante» esordisco con un finto sorriso e un’espressione forzatamente angelica, mentre Alice, molto intelligentemente, sgattaiola fuori dalla stanza avendo previsto l’imminente bufera.
«Non azzardarti a fare l’ingenua con me Swan!» mi ammonisce puntandomi l’indice contro.
«Avevo chiesto ferie questo sabato ed io esigo essere libero» urla sbattendo il pezzo di carta sulla mia scrivania scaraventando gran parte delle penne sul pavimento.
«Apprezzo il suo self control, mi creda. Purtroppo non ho potuto in nessun modo concederle quanto richiesto. Come può notare, però, avrà il venerdì successivo libero e anche i due giorni seguenti. Mi sembra un ottimo compromesso.»
«Non me ne frega un cazzo dei tuoi giochetti e compromessi!» continua sbraitandomi a pochi centimetri dal viso mettendo a dura prova i miei nervi. «Io ho l’impegno con Irina questo sabato, non il prossimo! E’ chiaro? Vedi di liberarmi immediatamente!»
Fantastico, ora che so che il motivo della sua richiesta è una donna, col cavolo che gliela darò vinta. Non ho idea del perché la cosa mi infastidisca da paura, ma non ci voglio pensare adesso.
«Comandante» il mio tono di voce è ora allineato al suo «penso sia ora di finirla con questa sceneggiata» ribatto alzandomi dalla sedia e affrontandolo a muso duro come merita.
I nostri respiri affannosi fanno a botte quando si incontrano a mezz’aria tra i nostri volti pericolosamente vicini. Cullen è rosso di rabbia,i suoi occhi chiari rivelano una sorta di fiamma demoniaca al posto dell’iride. La vena sulla fronte gli pulsa con evidenza.
La mia espressione credo non sia molto diversa dalla sua in questo preciso istante. Non ne vado fiera e so già che poi starò male da morire.
Ma non mollo, non ora. Decido di continuare a oltranza e di non lasciarmi intimorire. Anzi, vederlo così arrabbiato mi fa sentire maledettamente potente nei suoi confronti.
Mi sento eccitata come non mi succedeva da un sacco di tempo.
«Non ho alcuna intenzione di modificare i suoi turni Comandante Cullen perché, e glielo ripeto per l’ultima volta quindi apra bene le orecchie, non ho alcuna possibilità di lasciarla libero questo sabato. Sono stata sufficientemente chiara?» concludo con una picchiata di volume.
«Tu l’hai fatto apposta!Dillo!Dillo!»
«Mi dispiace deluderla, ma non è affatto così.»
«Si invece! L’hai fatto perché ieri sono passato e ti ho chiesto di controllare i turni, la cosa ti ha infastidito e volevi mettere in chiaro che qui comandi tu … vero Signorina Swan?»
«Si sbaglia di grosso!» gli urlo contro fulminandolo con lo sguardo, ma so che quello che dice ha un fondo di verità.
Avrei potuto benissimo girare i suoi turni con l’altro Comandante, ma volevo punire lui. E così ho fatto, mascherando il tutto con una necessità improrogabile a mio uso e consumo.
Messa alle strette decido di usare il jolly che mi ero preparata per argomentare la mia decisione in caso di necessità. Gli schiaffo sotto al naso un foglio che rintraccio alla bell’e meglio nel casino della mia scrivania, dove sono riportate alcune date ed orari, peraltro illeggibili nella foga del momento, e continuo in tono leggermente più pacato
«come lei ben saprà deve fare la sua sessione al simulatore entro la prima quindicina del mese e a Bruxelles … e come vede» sventolo a mia volta il foglietto «ci sono dei posti liberi solo questo weekend. Quindi, Comandante Cullen, se lei preferisce vedersi sospendere la licenza per andare dalla sua amichetta per me nessunissimo problema ,si accomodi pure, ma non si azzardi a mettere in discussione la mia professionalità» concludo risiedendomi palesemente soddisfatta e in crisi d’ossigeno.
Edward Cullen si passa nervosamente la mano tra i capelli.
Oddio forse stavolta l’ho colpito davvero.
La vena sulla fronte continua a pulsare vistosamente per la rabbia.
All’improvviso lo vedo abbassare il capo ed inspirare a fondo.
«Mi hai fatto perdere una delle migliori scopate della mia vita» spiega con un ghigno amaro senza più degnarmi di uno sguardo.
«Spiacente» rispondo gelida.
«Vaffanculo!»  ribatte lui girando i tacchi e sbattendo la porta talmente forte che credo sarà necessario l’intervento di un imbianchino per stuccare le crepe sul muro.
«Buona giornata anche a lei Comandante» grido sperando con tutto il cuore che mi senta anche se, con due falcate delle sue, sarà già in corridoio.
Sono davvero furiosa con lui. E con me. Per quello che ho fatto. Per come mi sento. Per le emozioni che provo a cui non so dare un nome.
Rimango sola per diversi minuti e, sbollita la furia, inizio a sentirmi uno schifo. Una bugiarda.
A Bruxelles avevano posto anche il lunedì e il martedì, per non parlare del mercoledì …
Una stronza fatta e finita. Aveva ragione su tutta la linea, ma non lo avrei mai ammesso con lui nemmeno sotto tortura.
A fatica lo ammetto con me stessa.
Quando Alice entra guardinga in ufficio, si avvicina lentamente alla mia scrivania. Ho la testa fra le mani, i gomiti appoggiati al tavolo. Sento i suoi passi leggeri, che ormai ho imparato a riconoscere senza alzare lo sguardo, sempre più vicini.
Sfinita mi butto sullo schienale della sedia e mi massaggio le tempie. Ho sempre odiato gli scontri diretti e, per quanto possibile, li ho sempre evitati. Stavolta non ho proprio potuto e pago con un furioso mal di testa.
Senza proferire parola Alice mi allunga un bicchiere di plastica con del the che deve aver preso alla macchinetta. Lo accetto con immensa gratitudine.
«Non è che per caso avresti anche un’aspirina? O due, magari» biascico.
Si dirige in silenzio alla sua postazione e dopo pochi istanti mi porge due pasticche.
«Grazie Alice. Grazie davvero.»
«Non c’è di che Bella, solo che …»
Do una sorsata al the bollente che mi rimette almeno in parte a posto lo stomaco ancora in subbuglio.
«Avanti continua, tanto peggio di così …» la esorto sfinita.
Sono al terzo giorno di lavoro e avrei già bisogno di ferie. Non avrei mai pensato di ridurmi così.
«Edward non è come sembra. Sì, è una ragazzo sicuro di sé e sa di essere piuttosto carino … –piuttosto carino?Lo ha detto veramente?  Alice, carino non è il termine che userei io per descriverlo ad essere sincera –  Oddio … qualche muscoletto in più non gli starebbe male … » aggiunge arricciando la fronte e io continuo a non credere alle mie orecchie «… ma non è arrogante, né maleducato. Non so perché si sia comportato così con te … non era mai successo prima» spiega.
«Certo che non era mai successo, Alice. Tu sei troppo buona, gliele davi vinte sempre. Ma la musica è cambiata e questo non gli va bene. E’ ovvio, ci sta.»
«Non lo so Bella, non credo sia così. Secondo me tu gli fai un certo effetto … diverso, molto diverso dal solito. Comunque …» si interrompe di nuovo. La vedo mordersi le labbra come se le parole che sta per dirmi facessero fatica a trovare la via d’uscita.
«Forza di che ti preoccupi?Spara …»
«Ho visto salire Edward in direzione. Imprecava contro di te e …»
«E? »
«… e diceva che ti avrebbe fatta licenziare in tronco»
«si vabbè. Questo lo avevo previsto. Poi?»
«Poi?» mi chiede basita «pensavo ti venisse un accidente a saperlo!»
Rido nervosamente. Cerco di mantenermi calma, ma dentro sto ribollendo di rabbia e forse anche di paura. Non ho idea di come la prenderà il Signor Masen. Probabilmente darà ragione al nipote ed entro stasera mi ritroverò disoccupata.
Merda, ho dato solo ieri sera l’anticipo per l’affitto dell’appartamento.
 Sono proprio una cretina, sono riuscita a giocarmi tutto solo per una questione di principio. E di rivalsa. Verso di lui, ma più probabilmente verso gli uomini in genere con cui ho un conto in sospeso che voglio disperatamente veder saldato.
«Qualsiasi cosa accadrà, andrà bene Alice. Non ti preoccupare. Non sarà certo un Comandante di cui nemmeno ricorderò il nome tra qualche giorno a rovinarmi la vita.»
«Ben detto. Devo prenderti come esempio, l’ho capito dal primo momento in cui ti ho vista capa» e facendomi l’occhiolino ritorna al suo posto.
Grazie alle aspirine il mal di testa lascia lentamente il posto ad un vuoto, se possibile, ancora più doloroso. La cosa peggiore è che non si ferma al cranio, ma mi divora dall’interno fino a non fare restare nulla della Bella che conosco.
***
Sono passati due giorni e non ho più avuto notizie né del comandante Cullen, né dell’AD.
A dire il vero sono un po’ stupita perché il primo non pareva il tipo da placare così facilmente la sua sete di vendetta, il secondo aveva ribadito durante il nostro colloquio che non avrebbe tollerato attriti inutili tra personale navigante e di terra.
Per mantenere una certa serenità in ufficio, io ed Alice abbiamo deciso di non trattare più l’argomento, ma so che anche lei si aspetta qualche conseguenza della sfuriata diventata, ormai, di pubblico dominio in azienda. Non c’è molto di che stupirsi visto che il volume che abbiamo usato era sufficientemente alto da arrivare agli hangar di manutenzione degli aeromobili confinanti con l’ufficio. Alice, che era lì fuori alla macchinetta del caffè, mi ha raccontato che almeno dieci persone erano uscite in corridoio ad ascoltare la nostra sfuriata.
Sto ultimando la prenotazione del volo proprio per il trasferimento di Cullen a Bruxelles, quando il mio interno suona.
«Swan» rispondo sopra pensiero mentre compilo i dati del biglietto aereo.
«Buongiorno Signorina Swan, sono Masen.»
Eccoci, ci siamo.
«Buongiorno Amministratore. Mi dica pure.»
«Avrei bisogno di parlarle. Nel mio ufficio. Tra cinque minuti.» La sua voce non è affatto scontrosa, ma certo non è tra le più accomodanti di questo mondo. Quantomeno non ha il tono entusiasta dell’ultima, e unica, volta in cui ci siamo visti.
«Certo. Arrivo subito» riaggancio, ma lui lo fa prima di me.
Mi butto sullo schienale e inspiro profondamente. Sento la testa girare per il troppo ossigeno immesso in circolo e, con un gomito appoggiato al bracciolo della sedia, mi sostengo la fronte.
«Tutto bene?» Alice è evidentemente preoccupata.
Non le rispondo. Mi alzo, raccolgo la mia borsa e, incamminandomi verso la porta, le abbozzo un sorriso, il più sincero che in questo momento posso permettermi.
In realtà faccio schifo come attrice, quindi potevo anche evitarlo.

Rose mi sta aspettando alla fine delle quattro rampe di scale.
Non ho volutamente preso l’ascensore, ho scelto le scale per prendermi un po’ di tempo e raccogliere le idee. E preparare la mia strategia. Se mi verrà mossa qualche accusa mi difenderò, spiegherò le mie ragioni e … e sarò licenziata, comunque.
Rose mi guarda con aria scocciata mentre mi fa strada verso l’ufficio di Masen. Credo proprio l’Amministratore in questo caso abbia fatto cilecca con la selezione del personale.
Che poi, da che pulpito viene la predica … lasciamo perdere.
Quando mi viene aperta la porta dell’enorme ufficio avanzo con passi incerti verso la scrivania di vetro. L’AD è seduto sempre sulla sua poltrona, ma, contrariamente a pochi giorni fa, stavolta mi dà le spalle. Io non so se posso sedermi o se devo rimanere in piedi a sentirmi la ramanzina.
«Si accomodi, si accomodi Swan» sembra leggermi nel pensiero.
«Grazie» ho la voce rotta, porca miseria. Devo tentare di ricompormi e di mantenere un atteggiamento professionale. O almeno evitare di risultare così patetica.
Forza Bella. Che sarà mai. Dopo Mike e Moonlight puoi superare qualsiasi cosa mi ripeto come fosse un mantra.
Il silenzio riempie la stanza di un’aria così pesante che inizio ad allargarmi il collo della camicetta, mi sento soffocare.
Proprio in quel mentre Masen volta con molta grazia la sedia nella mia direzione.
«No signorina Swan. Sono io che ringrazio lei»
«Come?Cosa? » lo interrogo confusa.
«Certo. Ha fatto un ottimo lavoro. Non ha ceduto di fronte alle insistenze di un componente del personale navigante pur essendo qui solo da pochi giorni. Qualsiasi altra persona sono certo avrebbe messo in discussione il proprio operato per accontentare il capriccio di un Comandante. Almeno di Quel Comandante. Quantomeno per evitare il rischio di spiacevoli conseguenze. Ma lei no. E questo le fa molto onore, mi creda.»
«Ho fatto solo il mio dovere …» bugiarda che non sono altro.
«E ha fatto bene. Ed è per questo, e per il suo curriculum ovviamente, che l’ho inserita nella lista dei partecipanti alla cena di gala che si terrà sabato sera a Bruxelles a cui sono invitati gli esponenti delle più grandi compagnie aeree europee. Lei presenzierà a nome mio assieme all’equipaggio che in quel giorno effettuerà la prova al simulatore» mi informa in tono estatico ed autorevole allo stesso tempo.
«Signor Masen» tento di dissuaderlo da questa  sua bellissima idea per mille e uno motivi, «io la ringrazio, ma temo di non essere sufficientemente preparata per affrontare un evento importante come quello di Bruxelles.»
Mi guarda con occhi glaciali tali e quali a quelli di suo nipote, ma decido di continuare sperando di persuaderlo «credo sia più opportuno rimandare la mia partecipazione o forse trovare un persona più esperta, tipo Alice per esempio …»
«Mi auguro non intenda contraddirmi Signorina Swan» mi interrompe brusco.«Tuttavia, credo lei abbia in parte ragione. Dal momento che è mia intenzione formare adeguatamente il personale a tutti i livelli e, dato che l’occasione sembra particolarmente propizia, il sabato mattina parteciperà alla sessione del simulatore assieme al personale navigante in lista e la sera vi recherete tutti alla cena.»
Ohhh, merda merda merda!
«No Signor Masen davvero io ho molto lavoro da svolgere in ufficio, sono appena arrivata, devo imparare molte cose non mi sembra il caso di assentarmi subito così … »
«Sul fatto che lei abbia da imparare non si discute, Signorina. In primo luogo deve imparare che io non do consigli. Io qui comando. Aggiunga pure un altro biglietto per Bruxelles a suo nome Swan. Ci vediamo lunedì per il briefing.»
Si rimette gli occhiali e inizia a scrivere al computer tagliandomi completamente fuori. Non mi resta che alzarmi, salutare educatamente ed imprecare tra me e me lungo tutto il tragitto verso l’ufficio per la  situazione in cui mi sono cacciata.
***
Venerdì alle dieci di mattina sono già in aeroporto.
Il volo parte tra più di due ore e io continuo a camminare nervosamente avanti e indietro tra i vari negozi senza vedere né comprare niente.  Come sempre cerco di familiarizzare con il posto e con l’idea che tra poco sarò per aria.
Senza alcuna possibilità di scendere.
Senza alcuna possibilità di controllo.
Senza una cazzutissima possibilità di sopravvivenza in caso di avaria.
Merda! Devo smetterla di pensarci!
Dopo l’ennesima offerta di aiuto da parte di una commessa che liquido con molta poca grazia – odio essere maleducata ma queste situazioni mi fanno andare proprio fuori di testa - decido di cambiare attività mettendomi in fila al ckin. Chiedo di imbarcare anche il mio trolley. Avrei potuto tenerlo a bordo date le sue dimensioni, ma non voglio avere pensieri mentre sono tra le nuvole. Ho già varie cose su cui concentrarmi senza dover pensare a dove cazzo piazzare il bagaglio.
Ecco, come al solito quando devo prendere un volo non faccio altro che dire e pensare volgarità. Dovrei smetterla di volare, questo è certo. Magari anche di lavorare nel settore, già che ci siamo. Devo impegnarmi in questo senso, assolutamente.
Il mio stomaco brontola sonoramente perché a digiuno da ieri sera, ma decido di ignorarlo. Un’unica volta mi sono concessa uno spuntino prima di prendere un volo e il mio vicino di posto non ha gradito per niente la meravigliosa idea.
Sbuffando raggiungo la fila per il controllo di sicurezza e, istintivamente, mi guardo intorno per vedere se trovo Cullen tra la gente in coda. Non lo vedo da nessuna parte. Ma meglio così. Più alla larga mi starà, meglio sarà per me.
So benissimo che stiamo per prendere lo stesso aereo visto che l’ho prenotato io, ma mi auguro di non doverlo incontrare o almeno avvicinare fino domani mattina quando sarò costretta ad entrare nel simulatore con lui.
Dio come ho fatto a mettermi in una situazione così da schifo?
Sto imprecando contro il mio perfido destino quando quest’ultimo, evidentemente per vendetta,  decide di tirarmi una sonora stoccata delle sue.
 Attratta da uno squittio fastidioso, mi volto e mi imbatto nel bel comandante Cullen mentre, a pochi metri di distanza,  saluta una bionda oca starnazzante rifilandole una sonora pacca sul didietro tanto da procurarle quell’odiosa ilarità che ha attirato la mia attenzione.
Mi viene da vomitare.
E un nervoso. Possibile che quando ci sia lui di mezzo io debba sempre essere così incazzata? La sua vicinanza non mi fa bene, per niente.
Lo odio. Gli staccherei le orecchie a morsi.
Cerco le cuffiette dell’ipod in borsa, ma, nervosa e imbranata come sono, faccio cadere rovinosamente a terra tutto il contenuto prima di agguantarle.
Impreco per l’ennesima volta portando gli occhi al cielo.
Non ho accettato l’aiuto dell’uomo in fila davanti a me e mi ritrovo accucciata e intenta a raccogliere le cose cadute quando due Nike nere entrano nel mio campo visivo fermandosi a pochi centimetri dalle mie mani, inutilmente fiere di aver appena agguantato un rossetto.
«Swan.» 
Alzo lo sguardo ed è lì in piedi davanti a me. Alto, fiero. Bello da far schifo. Ed io sono in ginocchio a terra. La bocca che quasi sfiora le sue ginocchia.
Non va bene. Non va affatto bene.
«Comandante» biascico tentando di darmi un tono.
I suoi occhi sono di ghiaccio. La sua espressione è dura e le labbra sono chiuse in una morsa.
Ho le mani paralizzate tanto quanto i pensieri.
Mi fissa e io non so che fare e non faccio niente perché semplicmente non ci riesco.
Solo quando lui si volta e con passo deciso si allontana inizio a respirare di nuovo.
No, non mi fa per niente bene la sua vicinanza. Non è salutare.
Devo sopravvivere solo tre giorni. Solo tre giorni con lui intorno. Tre giorni, un volo, un simulatore, una cena di gala e un volo di ritorno. Poco. Pochissimo.
Merda. Morirò.

***

 Fila 4 posto A, finestrino. Salgo la scaletta e oltrepasso il portellone dell’aereo con il mio biglietto in mano. Pochi passi e trovo l’indicazione che cercavo. L’hostess mi saluta gentilmente e vorrei mandarla a quel paese e, nello stesso tempo, pregarla perché lei e l’equipaggio mi facciano toccare terra sana e salva il prima possibile. Devo essere bipolare, non c’ altra spiegazione.
Rispondo con un cenno del capo e un sorriso che più finto non si può e mi accomodo in poltrona.
Mi allaccio la cintura molto prima che mi venga chiesto di farlo. Faccio sempre così. Quando le hostess cominceranno la loro trafila di avvertenze sarò già in paranoia.
In attesa di quel che non posso evitare, focalizzo la mia attenzione sul panorama fuori dal finestrino.
«Vedi un po’ che fortuna … questo sì che sarà un viaggio meraviglioso fin dall’inizio …»
Mi volto di scatto perché conosco fin troppo bene quella voce e quel tono sarcastico.
Cullen si sta accomodando con nonchalance sulla poltrona accanto alla mia.
Ma allora è una congiura!
Grugnisco e gli volto le spalle in modo che capisca che non ho alcuna intenzione di fare conversazione con lui durante il volo. Né dopo. Né mai.
I motori si accendono e il Comandante in cabina ci dà il benvenuto.
Ed io inizio a respirare più a fondo.
L’aereo comincia a rullare in pista per posizionarsi al decollo.
Ed io inizio a tremare.
«Non  ci posso credere …» sghignazza l’uomo al mio fianco «questa sì che è bella …»
«Vaffanculo Cullen, non ho tempo per te adesso» lo fulmino voltandomi di scatto.
«Allora non stai fingendo per attirare la mia attenzione e impietosirmi signorina Swan?» si ostina a prendermi in giro «tu che lavoravi alla United? Tu che continui a lavorare in una compagnia aerea … soffri il mal d’aria o, peggio, hai paura di volare? Io non ci posso credere! Sarà il pezzo forte del mio repertorio di barzellette da oggi …»
Non so cosa mi trattiene dal mollargli uno schiaffo. Forse il conato che sento salirmi in gola.
L’aereo inizia a prendere velocità e chiudo gli occhi. Ormai non posso nemmeno più guardare fuori dal finestrino perché rischierei la sincope.
Strizzo gli occhi più che posso e prego perché tutto finisca il prima possibile.
D’improvviso una mano calda sfiora la mia che, aggrappata con forza al poggiolo della poltrona, invece è gelida.
Mi sforzo di aprire gli occhi e vedo che Cullen mi sta porgendo un sacchetto di carta.
Lo guardo stupita e incavolata, praticamente come sempre.
«Avanti, prendilo» me lo spinge sotto al naso.
«Non voglio vomitare!»
«Infatti non è per quello. Respiraci dentro. Vedrai che ti farà sentire meglio.»
Tentenno, ma quando l’aereo inizia a sollevare il muso raccolgo con astio il sacchetto dalla sua mano e me lo piazzo davanti alla bocca coprendo anche il naso.
«Piano, piano, cerca di respirare piano Swan, o rischi di andare in svenimento …» mi dice sfogliando un giornale.
Rallento il ritmo seguendo il suo consiglio per quanto la cosa mi infastidisca parecchio.
A poco a poco l’aereo prende quota e non ragiono più. Questo sacchetto non serve veramente a un cazzo.
«Ok, è peggio di quel che pensavo. Ora voltati e guardami Swan.»
Mi rifiuto categoricamente di eseguire un suo ordine.
«Ho detto voltati e guardami» scandisce bene le parole a due centimetri dal mio orecchio.
Non ho scelta, anche la mia volontà è impegnata a controllare la paura di volare in questo momento.
Mi volto e lo fisso. Fisso per un tempo indeterminato quelle due perle verdi-azzurre.
Fisso le pupille stranamente dilatate, la luce del finestrino dovrebbe averle fatte stringere, invece sono come due buchi neri pronti ad inghiottirmi.
Fisso quelle labbra morbide e rosse. Sono umide. Sono invitanti.
Sono impazzita. Ho voglia di baciarlo in questo preciso istante nonostante tutto, nonostante sia lui. Nonostante io sia a chissà quanti metri di altezza.
«Ecco, vedi che va meglio se segui i miei consigli?»
Grazie per aver rotto la mia concentrazione Cullen.
E’ un pensiero che tengo per me, sono troppo impegnata a capire che ha ragione. Il cuore batte più lentamente, i respiri sono meno affannosi. E non ho più lo stomaco in subbuglio.
Allora un effetto positivo su di me lo ha questo Comandante. Che odiosa sorpresa.
«Ok, ora penso tu possa allontanare il sacchetto e togliermi gli occhi di dosso … o mi consumerai Swan» ghigna.
«Vaffanculo Cullen» ribatto da dentro il sacchetto.
«Che monotona …» mi liquida riprendendo il giornale in mano «e se devi vomitare mi raccomando tienilo a portata di mano» consiglia buttando lo sguardo sul sacchetto ora abbandonato sulle mie ginocchia.
«Ti ho detto che non vomiterò!» ribadisco.
«Speriamo …» replica guardandomi di storto e poco convinto.
Il volo dura meno del previsto e la mia paura e il mal d’aria restano sotto controllo a volte guardando Cullen, a volte usando il sacchettino per respirarci dentro. Lui non mi ha più degnata di uno sguardo né di una parola.
Quando atterriamo e raggiungiamo il gate Cullen si alza prima di tutti gli altri, senza attendere il segnale che autorizza a togliersi la cintura.
Una hostess fa per riprenderlo, ma quando incontra i suoi occhi e lui le mostra il cartellino che ha appeso al collo, sorride e si riposiziona sul suo seggiolino.
Cullen prende il giubbotto dagli scomparti sopra le nostre teste e lo indossa. Fa per allontanarsi mentre un dlin dlin annuncia che le cinture le possiamo slacciare anche noi comuni mortali.
«Grazie» mi esce spontaneo.
Non si volta. E’ impassibile nei movimenti, nelle espressioni. E nei sentimenti, a quanto pare.
«Swan» mi saluta guardandomi solo con la coda dell’occhio dopo qualche istante di silenzio.
E’ la prima volta che stiamo vicini per più di cinque minuti senza litigare.
Direi che stiamo facendo progressi.
***
L’albergo a Bruxelles è spaventosamente lussuoso. Mi sembra di essere tornata a lavorare per la United, quando dovevo prenotare hotel di un certo livello per le trasferte del personale navigante. Ma forse questo è lo standard che va mantenuto per chi pilota un aereo, chi lo sa.
Lascio di malavoglia la mia stanza per prendere il taxi che mi accompagnerà al simulatore.
Non so bene cosa aspettarmi, ma mi convinco che se ho affrontato il volo di ieri sopravvivendo anche alla vicinanza di Cullen, non sarà certo un simulatore ad ammazzarmi.
Decido, quindi, che posso concedermi  la colazione prima di uscire.

Le strade di Bruxelles sono semideserte, ma sono appena le otto di sabato mattina. La maggior parte delle persone starà ancora dormendo tra calde e profumate coperte. Anch’io sarei ancora a letto se fossi a casa mia.
Mi innervosisco all’idea che invece dovrò affrontare di nuovo quegli occhi.
Non ho voglia di litigare oggi. Ma non posso dire di non avere voglia di vederlo. Sono curiosa di osservarlo mentre, in un certo senso, lavora. E poi, mentre sarà concentrato, avrò tutto il tempo di studiarlo e ammirarlo. E’ inutile negare che sia un gran bel panorama. Peccato per il carattere da schifo.

Quando il tassista mi lascia davanti all’edificio al cui interno faremo la prova, noto Cullen sull’uscio intento a fumare una sigaretta.
E’ in divisa. Merda. E’ in divisa. E io non ho mai visto un uomo più bello con la divisa addosso. E ne ho visti. Cielo se ne ho visti tanti.
Il tassista richiama due volte la mia attenzione per essere pagato.
Mi sento praticamente ipnotizzata da questa visione.
E’ imbarazzante da quanto risulta essere bello vestito così.
Mi scuso e pago la corsa. Scendo dal taxi facendo attenzione a non inciampare – possibile che io mi debba sempre sentire sull’orlo del precipizio quando c’è lui nei paraggi? -  e , con passo rapido, mi avvicino all’ingresso.
Non lo guardo, lo oltrepasso a testa alta. «Pessima abitudine Comandante, pessima abitudine …» dico prima di lasciare la porta chiudersi alle mie spalle.
Una volta dentro mi fermo e mollo il fiato. La porta ha i vetri oscurati quindi so per certo che non può vedermi.
E’ assurdo che io mi senta così tesa. Questa sensazione mi dà un fastidio tremendo.
Mi affretto ad avanzare quando colgo il rumore della porta che si sta aprendo.
«Seguimi» dice superandomi.
Non c’è nessuno alla reception quindi credo di non avere molta scelta.
Avanza senza curarsi di me che fatico a stare dietro al suo ritmo. Ha le gambe così lunghe. E un fondoschiena così tondo e sodo che, grazie al movimento, si lascia ammirare anche coperto dalla giacca.
Alzo gli occhi al cielo in una silenziosa imprecazione quando mi rendo conto di quello che sto guardando e, soprattutto, pensando.
Lui no Bella, lui no!
Tutti i miei pensieri si congelano quando entriamo nell’enorme stanza che racchiude il simulatore.
E’ praticamente il muso di un aereo senza tutto il resto.
Cazzo, non pensavo fosse così. Mi sono sempre immaginata  il simulatore come una stanza con dei monitor o dei computer, un qualcosa di molto simile ad un videogioco insomma.  Non certo una roba così realistica.
Le mani cominciano a sudarmi.
«Swan, andiamo» Cullen richiama la mia attenzione notando che mi sono bloccata all’entrata «la sessione inizia tra due minuti» dice scomparendo all’interno di quella sorta di cabina di pilotaggio.
Raddrizzo le spalle, ispiro forte e avanzo verso il mio destino. Tanto non ho altra scelta a quanto pare.
Sarà il più brutto weekend della mia vita. Già lo so.

Quando lo raggiungo vedo seduti alle loro postazioni  Cullen, un giovane pilota che so chiamarsi Emmett solo perché ho prenotato la trasferta anche a lui, e quello che deduco sia l’istruttore perché è l’unico vestito in borghese.
«Buongiorno, piacere Isabella Swan» allungo la mano verso l’unica persona che non fa parte della mia compagnia di volo.
«Buongiorno» risponde con un bel sorriso e una sonora stretta di mano, di quelle che piacciono a me. Oh, finalmente qualcuno di gentile ed educato.
«Sono il Comandante Carlile, sarò l’istruttore di sessione. La prego di accomodarsi sulla postazione qui dietro» mi invita indicando con il capo due poltrone che hanno tutta l’aria di essere dei veri e propri sedili per passeggeri.
Anche Emmett mi dà la mano e mi sorride. L’unico antipatico e scontroso resta sempre lui.
«Noi ci siamo già presentati, vero Signorina Swan?»
«Certo Comandante Cullen» ribatto acida.
«Ok procediamo» comunica l’istruttore chiudendo il portellone.
Cazzo, sembra davvero di essere all’interno di un vero aereo. Cerco di far mente locale e di tenere presente che non è così, che non sono per aria e che se voglio posso aprire la porta e toccare terra in un attimo.
Il mio training autogeno serve molto a poco quando Cullen e gli altri cominciano a conversare fra loro con innumerevoli termini tecnici, per la gran parte in inglese, e le mie orecchie captano un “air crash”, un “mountain” e un “fire inside the cabin”.
Mi schiarisco la voce «scusate, non simuleremo mica un incidente aereo, vero?» chiedo praticamente squittendo.
Si girano tutti contemporaneamente e mi fissano come se fossi pazza.
Non mi rispondono nemmeno.
Solo sul volto di Cullen noto un ghigno compiaciuto quando si decide a parlare
«Sì Swan, il simulatore serve a questo. Non l’avevano avvisata?»
No, merda merda merda.
Ecco  che ricomincio con le parolacce.
Devo essere bianca tanto quanto la mia camicetta quando si voltano e riprendono le loro attività.
Si sente un realistico rombo di motore, si percepisce il rullio classico che precede il decollo. Quando il muso si alza, riesco perfino a sentire il senso di vuoto nello stomaco che ti sorprende quando prendi improvvisamente quota.
Mi viene da piangere. Odio questo lavoro. Odio gli aerei. E odio Cullen che so per certo sta godendo nel sapermi in difficoltà.
L’istruttore sta dando ordini per me incomprensibili. Emmett esegue all’apparenza senza difficoltà le manovre che gli competono.
Ma, nonostante la mia confusione mentale, è Cullen quello che mi colpisce di più. La sua freddezza nei movimenti, la sua concentrazione, la sua prontezza di riflessi quando l’istruttore dice che possiamo dare inizio all’emergenza.
All’improvviso sul monitor davanti a me vedo piantarsi una montagna.
Il muso si impenna rapidamente, mentre la voce dura di Cullen lancia ordini al suo copilota che adesso sembra leggermente più agitato.
Mi copro la bocca con entrambe le mani. Praticamente ho la salivazione azzerata.
Pochi istanti dopo vedo Cullen abbassare con tutta forza la cloche e il muso cala improvvisamente verso il basso.
Ormai non guardo più niente. La testa mi gira. Vorrei urlare e non ce la faccio. Mi sento precipitare.
Mi sento svenire.
Svengo.
***
Qualcuno mi sta schiaffeggiando delicatamente. Non provo dolore. Il tocco è leggero quasi quanto una carezza nonostante le mani siano grandi e forti.
«Swan! Swan! Cazzo Swan rispondi!» sento una voce chiamarmi da lontano. Mi sembra quella di Cullen, ma ha una nota di preoccupazione che non mi convince. No, non sarebbe da lui.
«Interrompiamo la sessione Comandante. Vado ad avvisare il medico …» continua una voce diversa.
Oh, questo deve essere l’ istruttore, penso, ancora immersa nel mio mondo. Com’è gentile.
Le due mani forti non sono più sul mio volto, mi si avvinghiano alla vita. Poi una si infila sotto le ginocchia. Mi sento lentamente sollevare. Mi abbandono completamente a questa sensazione perché mi sembra di essere in volo, senza però gli effetti collaterali.
Purtroppo la pace dura molto poco. Il dondolio ricorda al mio stomaco di aver fatto colazione.
Apro quel poco che riesco gli occhi e, vicino all’orecchio di colui che mi sta tenendo in braccio, sussurro «mi viene da vomitare …»
«Eh cazzo Swan, ogni volta!»
Capisco al volo che le mani che mi stanno sorreggendo sono quelle di Cullen. Vorrei avere la forza di scendere e di arrangiarmi da sola, ma non ce la faccio. Mi sento completamente sconquassata. E, comunque, lui non dà proprio l’idea di voler lasciarmi andare nonostante quello che gli ho appena rivelato.
Con gli occhi aperti a fessura intuisco che stiamo camminando in un corridoio e ci stiamo avvicinando ad una porta con il simbolo della Croce Rossa. Credo mi stiano portando in infermeria. Spero di riuscire a trattenermi finché lui se ne sarà andato.
La porta si spalanca al tocco del suo piede.
Appena oltrepassiamo l’uscio noto un ragazzo molto giovane con un camice bianco. Ottimo, ancora qualche minuto e potrò lasciarmi andare.
«Ci penso io a lei» sento poi dire Cullen.
Cosa? Cosa??
Non riesco a protestare. E neanche il giovane dottore lo fa. Credo lo sguardo di Cullen e il tono che ha usato siano stati sufficienti a convincerlo.
Mi appoggia con una dolcezza di cui non lo credevo capace sul lettino.
Appena mi sdraio il mondo ricomincia a girare ad una velocità supersonica. E il mio stomaco decide che non può più aspettare.
Mi alzo di scatto in posizione seduta. Cullen mi tiene i capelli raccolti in una coda. Posiziona il cestino dell’immondizia. Mi regge la fronte. Mi porge un bicchier d’acqua. E, quando finalmente mi fermo completamente sfiancata, mi accarezza la schiena.
«Sei un disastro Swan …» mi ammonisce con un leggero sorriso.
E’ il primo sorriso sincero che gli vedo fare. Il primo per me, almeno.
Gli sorrido di rimando annuendo. Vorrei appoggiare la testa sul suo petto. Penso che adesso potrei addormentarmi su di lui in pochi secondi.
«Forza, andiamo. Ti accompagno in albergo.»
Mugugno quando mi prende di nuovo in braccio, ma non faccio resistenza. Voglio godermi ancora per un po’ questo suo lato gentile. Gli dona.
Un taxi ci sta già aspettando fuori dall’edificio. Mi appoggia con attenzione a terra assicurandosi che io riesca a mantenermi in piedi. Si toglie la giacca da Comandante e me la appoggia sulle spalle.
«Il tuo cappotto lo recupero e te lo riporto dopo. Vedi di non rovinarmi la divisa nel frattempo, disastro …» mi avvisa ridendo. E capisco che un Cullen così mi piace. Mi piace un sacco.
Salgo per prima e lui si siede al mio fianco. Quando l’auto parte guardo fuori dal finestrino perché mi sento profondamente in imbarazzo. Ma il mio stomaco sceglie di fare ancora qualche capriola. Rammaricata, mi porto la mano alla bocca.
«Appoggiati sulla mia spalla» suggerisce la sua calda voce.
Mi volto e lo guardo. Nei suoi bellissimi occhi non c’è più la consueta rabbia nei miei confronti. Mi fissa e annuisce.  Mi rassicura. «Appoggiati sulla mia spalla e chiudi gli occhi» ripete.
Lo ascolto. Perché forse starò meglio. Perché forse ha ragione. Perché forse lo voglio sentire ancora vicino. Perché forse non ho più scelta.
Il suo profumo di pulito è un toccasana. Mi rilasso e non penso più a niente appoggiata alla sua spalla. Quando il suo braccio mi cinge, mi addormento. O svengo dall’emozione, questo devo ancora appurarlo.

***
Ho dormito per tre ore di filato. Ne avevo decisamente bisogno.
Cullen è tornato al simulatore dopo avermi accompagnata in stanza. Prima di andarsene, mi ha tenuto compagnia per un po’, poi, quando si è assicurato che stessi meglio e dopo avergli promesso che sarei rimasta a riposare fino all’ora di cena, se n’è andato. Non senza prima fermarsi sull’uscio ad osservarmi in silenzio. Ha scosso la testa più volte prima di voltarsi e andarsene. Lo so perché ho finto di dormire. In realtà avevo gli occhi socchiusi perché non volevo perdermi nemmeno un attimo di questo capolavoro della natura che ho avuto il privilegio di avere davanti.
E così vicino.
Mi è venuto un colpo quando, una volta scomparso dalla mia visuale,  mi sono resa conto che la cena di cui parlava era quella di gala, in programma per stasera.
Dati gli avvenimenti della mattinata l’avevo completamente rimossa.
Con la mente rivado alle sue mani sul mio viso, sul mio fianco. La sua voce, il suo profumo, l’abbraccio in taxi. Sorrido come una quindicenne. Uno strano formicolio fa breccia nella mia pancia.
Vengo interrotta dal telefono della stanza che squilla. Mi chiedo chi possa chiamarmi qui. Alzo pigramente la cornetta posta sul comodino affianco al letto.
«Si?» rispondo.
«Come stai?» mi siedo di scatto al suono della sua voce come se fossi stata colta in flagrante.
«Meglio, meglio. Grazie …» quasi balbetto.
«Bene. Passo da te alle sette. Fatti trovare pronta.»
«Certo, certo.»
«A dopo, Swan.»
«A dopo. A dopo.»
Ma perché continuo a ripetermi?
Riattacca per primo e il formicolio dentro di me diventa insopportabile.
 Mi starà venendo l’influenza, penso. Ma so benissimo che non è così.
Mi catapulto in doccia con il broncio perché Cullen non ha il diritto di farmi sentire così. Non glielo concedo.

Passo quel che resta del pomeriggio a cercare di rilassarmi, ma non mi riesce. Alle sei sono praticamente già vestita.
Ho indossato il mio abito preferito, l’unico da sera in cui mi sento sicura e che rispetta perfettamente il dress code della serata. E’ nero, attillato sul busto e scende morbido dalla vita in giù. La gonna di chiffon leggero arriva fino a terra. Ha uno scollo a cuore sul seno, ma tutto è coperto da un elegante pizzo nero che avvolge le braccia fino ai polsi. Solo la schiena rimane quasi completamente nuda , ma metterò sulle spalle una stola di raso. Anche quella nera.
Prendo le scarpe dal trolley. Sono le stesse che indossavo la sera che ha dato una svolta alla mia vita. Ma non sono scaramantica. Non sono certo loro ad avermi portato sfortuna. E’ l’uomo che avevo vicino che era semplicemente un deficiente.
Raccolgo i capelli in un’acconciatura morbida. Non sono brava e di solito non ho pazienza nell’agghindarmi, ma stavolta mi impegno e il risultato è piuttosto soddisfacente.
Un trucco leggero e un lucidalabbra trasparente completano il quadro.

Mi sembra di avere ancora un po’ di tempo a disposizione, invece sento due tocchi decisi alla porta.
Guardo l’ora sul telefonino e scopro che sono già le sette. Le sette in punto. E lui è maledettamente puntuale. Merda, non sono affatto pronta a rivederlo! Sono assurdamente nervosa.
«Arrivo» avviso prendendo al volo la mia pochette appoggiata sul letto e schiaffandoci dentro il cellulare.
Apro senza riflettere e quello che mi trovo davanti mi lascia senza fiato.
Mi blocco di fronte a quest’uomo in smoking fuori dalla mia stanza. E’ appoggiato al muro, le gambe incrociate all’altezza delle caviglie. Le mani in tasca. I capelli spettinati che sembrano freschi di doccia. Gli occhi ardenti magnificamente incollati su di me.
Mio Dio vorrei dire, ma credo di avere una paralisi alle labbra.
«Notevole» rompe il silenzio lui squadrandomi da capo a piedi.
«Anche tu stai bene» rispondo. Ed è la verità. Una verità parziale. Lui è stratosferico.  Stai  bene non rende affatto l’idea.
Cullen toglie le mani di tasca e mi si avvicina. Vorrei indietreggiare, ma ho già chiuso la porta. Ci sbatto contro.
«Vedo con piacere che ti sei ripresa alla grande Swan» continua con un sorriso che promette un sacco di cose, tutte molto poco pure.
«E io vedo con altrettanto piacere che dalla tua bocca possono uscire anche belle parole, Comandante» ribatto  concedendomi di dargli del tu.
Incolla lentamente le labbra al mio lobo e sussurra
«Tu non hai idea di quante cose belle possa anche fare questa bocca Signorina Swan …»
Si scosta e mi fissa. I suoi occhi ora sono fuoco puro che si riverbera in un lampo in tutta la mia carne. I nostri volti a pochi centimetri di distanza. Il suo fiato mi accarezza le labbra.
Poi si allontana di un passo ricomponendosi e sistemandosi la giacca.
Quest’uomo mi farà andare fiori di testa.
Mi rendo conto di avere le gambe molli. Prendo tempo e, prima di muovere un passo e rischiare di cadere, fingo di controllare se ho messo tutto dentro la mia pochette. Nasconde malamente un sorriso, il bastardo.
Sta giocando con me.
«Comandante Cullen, il fatto che lei mi abbia vista ripetutamente dar di stomaco non l’autorizza a rivolgermi la parola in questo modo …» lo ammonisco seria riuscendo, non so come, ad alzare lo sguardo su di lui.
Per qualche istante lo spiazzo, ne sono certa. Non sa che dire e i suoi occhi rivelano imbarazzo e stupore per la mia reazione.
Ma, come sempre, risulto essere una pessima attrice. Non riesco a trattenere a lungo il sorriso che spinge sulle mie labbra.
La sonora risata che ci regaliamo a vicenda stempera d’improvviso tutti i nostri attriti.
Mi porge il braccio e infilo volentieri  la mia mano nell’incavo del gomito avvolgendolo interamente.
Quando vuole, Cullen sa davvero essere un cavaliere.
Un ottimo cavaliere.
***

Il taxi ci lascia davanti all’Hotel Metropole. Nell’abitacolo ci siamo io, Edward – ho deciso che per stasera lo chiamerò per  nome- ed Emmet.
Il primo a scendere è il mio accompagnatore ufficiale che, prontamente, mi tende la mano.
La accetto controllando a terra, un po’ per assicurarmi di non inciampare sul vestito, un po’ per non guardarlo negli occhi. Da quando siamo partiti non ho fatto altro che pensare a quello che mi ha sussurrato mentre ero appiccicata alla porta della mia stanza.
Anche lui è stato in silenzio per tutto il tempo. Ha risposto praticamente a monosillabi a Emmett  che chiedeva continue informazioni sul comportamento da tenere durante la sera.
Io ho ascoltato distrattamente preferendo lasciar libera la mente di vagare dove non avrebbe dovuto.
E il risultato è che non riesco più a sostenere il suo sguardo.
Rimango dietro a questi due uomini in smoking e mi sembra di essere in un film. A New York sono stata presente a molti eventi, ho frequentato bella gente e locali alla moda. Ma niente mi aveva fatta mai sentire emozionata come stasera.
Devo essere sincera, non credo questo dipenda dalla location, dall’abito o da Emmett. Mi sforzo di accantonare questa consapevolezza. Tanto non c’è niente da sperare.
Un portiere in divisa elegantissima apre la porta del lussuoso Hotel e, mentre entro, sento la mano di Edward appoggiarsi leggermente sul mio fianco. Un brivido mi percorre lungo tutta la schiena e non riesco a trattenerlo.
«Freddo Swan? » mi chiede a bassa voce.
A che gioco sta giocando?
Per la prima volta da quando siamo usciti dal nostro hotel cerco i suoi occhi, ma lui non contraccambia.
E’ già qualche passo avanti e io non posso far altro che seguirlo.
Entriamo nella grande sala del ristornate. Sembra quasi di essere all’interno di una cattedrale. Vi sono vetri colorati sui muri che creano uno spettacolare gioco di luci e tutta la stanza è illuminata da meravigliosi lampadari di cristallo appesi alle volte del soffitto.
I tavoli rotondi sono apparecchiati elegantemente, le sedie, avvolte in una candida stoffa bianca fermata con un fiocco sullo schienale, hanno un che di regale.
Veniamo accolti da un cameriere che chiede i nostri nomi e ci accompagna al tavolo. Ci presentiamo agli ospiti già accomodati.
Edward, molto galantemente, fa indietreggiare una sedia per me. Poi si siede al mio fianco e invita Emmett ad occupare l’altro posto libero vicino a me. Mi sento scortata. E mi piacciono da impazzire le attenzioni che mi sta dedicando.
Il cameriere mi versa del vino che assaggio volentieri. Ho bisogno di un aiutino per rilassarmi. Potrei chiedergli di lasciarmi direttamente la bottiglia per raggiungere il mio scopo. Ma mi accontento del calice. Intanto.
Prima di iniziare la cena il Presidente dell’Associazione che ha indetto il gala si getta in un discorso appassionato ed entusiasta sul futuro dell’aviazione civile in Europa.
Tutti applaudono e io mi adeguo, anche se tutto questo ottimismo mi sembra esagerato, visti i tempi in cui viviamo. Comunque non sarà un mio problema. Quando rientreremo mi impegnerò a cercare un lavoro che non abbia a che fare con aerei, voli e simulatori. E Comandanti.
Sarà meglio per me.
Un’orchestra di almeno dieci elementi inizia a suonare mentre i camerieri servono le prime portate.
Sto conversando abbastanza tranquillamente con la gentile signora seduta di fronte a me, quando il Presidente che ha parlato fino poco fa mi poggia una mano sulla spalla e mi invita a danzare con lui.
D’istinto mi volto a cercare gli occhi di Edward come a chiedere un aiuto. O un permesso.
Sono in imbarazzo e non solo perché è una vita che non ballo. Fondamentalmente mi dà fastidio che un uomo mi si sia avvicinato in sua presenza. E’ assurdo.
Trovo gli occhi di Edward cupi, contrariati. Rabbiosi. Lo fissano come se volesse piantargli un pugno sul mento per allontanarlo il più rapidamente possibile da me. E da questa stanza. Forse anche da questo mondo.
Probabilmente sono solo mie fantasie, ma decido di accettare l’invito con uno dei miei falsi sorrisi per evitare le spiacevoli conseguenze che elabora la mia mente bacata.
Mi viene offerto il braccio e lo prendo, ma la sensazione che provo è nettamente diversa da quando l’ho fatto con Edward poco più di un’ora fa.
Vengo condotta al centro della sala dove alcune coppie stanno già roteando in un valzer.
Beh, almeno non saremo soli, penso.
Il mio ballerino solleva la mia mano in aria e con l’altra mi agguanta per  la vita e inizia a seguire il tempo. Mi lascio portare come mi hanno insegnato ad un corso seguito tanti anni fa.
Mentre volteggio cerco con lo sguardo il nostro tavolo. Una volta individuato mi rendo conto che Edward non è più al suo posto.
Alla fine del secondo valzer un altro uomo si avvicina e mi chiede di concedergli il prossimo ballo.
E’ in quel momento che sento il suo fiato sul collo e le sue dita stringermi con forza il fianco.
Si mette in mezzo ai due contendenti e, senza lasciare adito a dubbi o proteste, spiega
«la signorina balla con me, adesso.»
Arrossisco. Annuisco.
L’orchestra intona Fly me to the moon di Frank Sinatra.
«Perfetta» sussurra  Edward  prendendomi la mano e sfiorando con malizia la mia schiena nuda.  I nostri inguini si congiungono e mi sento morire nel breve istante in cui lo tocco con la mia parte più sensibile.
Seguo i suoi passi, persa nelle sensazioni. Seguo il suo ritmo. Lo seguo e lo seguirei ovunque. E’ questa la drammatica realtà.
Mentre dondoliamo le sue labbra si avvicinano al mio orecchio.
Lo sento canticchiare, non colgo bene le parole finché non le sottolinea con voce leggermente più alta
«…in other words, hold my hand …. In other words baby kiss me … »
(in altre parole stringi la mia mano, in altre parole baciami)
Sorrido. E non dovrei. Ma mi piace che canti. Mi piace che mi canti queste parole.
So che se ne accorge e continua.
«…you are all I long for…all I worship and adore …»
(tu sei tutto ciò che ho sempre atteso, pregato e adorato)
Gli stringo la mano «piantala» riesco a dire con le labbra che mi tirano.
Per tutta risposta mi cinge ancora più forte.
Ora le labbra sono definitivamente appoggiate al mio orecchio
 «…in other words please be true ….in other words I love you…»
(in altre parole per favore sii vera , in altre parole ti amo)
Adesso rido proprio. Guardo a terra profondamente in imbarazzo. Ma lui continua semplicemente a ballare. E a stringermi a sé.
Prima che l’orchestra termini le ultime note della canzone aggiunge un’ultima cosa, stavolta inducendomi a guardarlo negli occhi. E’ maledettamente serio. E bello, tanto che fa male guardarlo e sentirlo così vicino.
«Avrei voglia di portarti fino alla luna. E con me non avresti paura di volare, Swan.»
Mi bacia delicatamente la mano senza staccare gli occhi dai miei.
Poi mi lascia lì. In mezzo alla pista. Sola. E completamente confusa.

***
Siamo di nuovo in taxi e stiamo rientrando. Sarà l’una di notte passata, ma non ho sonno. Ho ancora in corpo l’adrenalina di quel ballo.
Dopo qualche istante di smarrimento sono ritornata al tavolo e non ho più accettato inviti fingendo un gran mal di piedi.
Edward non ha dato cenni di approvazione, ma, in cuor mio, voglio credere abbia gradito.
Non ci siamo quasi parlati durante la cena. Talvolta sentivo i suoi occhi addosso, ma appena mi voltavo nella sua direzione faceva in modo di non incrociare il mio sguardo. Io davvero non lo capisco. Un attimo prima sembra preso da me, un attimo dopo fa finta che non esista.
Ho passato il resto della serata a conversare con gli altri commensali e con Emmett, ma sono risultata sicuramente un’ascoltatrice distratta e probabilmente noiosa.
Mi sento molto in colpa per questo.
Resto dietro ad Edward ed Emmett quando entriamo nel nostro albergo prendendo la porta sul retro come ci hanno chiesto.
Ci infiliamo in ascensore e sento improvvisamente una strana tensione salire e saturare l’aria.
Emmett scende al secondo piano. La stanza di Edward è vicina alla sua, ma non accenna a muoversi.
«Accompagno Swan nella sua stanza» risponde allo sguardo interrogativo di Emmett ancora fermo sul pianerottolo.
Edward schiaccia il bottone del terzo piano e le porte si chiudono su di noi, mentre Emmett mi augura, o ci augura chi lo sa, la buonanotte.
«Non era necessario» dico con voce più roca di quanto volessi quando rimaniamo da soli.
Fa un passo nella mia direzione e il mio cuore si ferma un istante prima di prendere coraggio e continuare il suo lavoro.
Ci fissiamo e nei suoi occhi vedo tutto quello che voglio. La promessa di tutto quello che non posso accettare. Per il mio bene. Non ho futuro con un uomo così. Non riuscirei a sostenerlo.
Le porte si aprono e con un gesto della mano mi invita ad uscire in corridoio.
Sta al mio fianco tutto il tempo. Le nostre anche si sfiorano. La mia gonna fruscia e si intreccia alle sue gambe come se volesse abbracciarle.
Raggiungiamo in silenzio la mia stanza.
Non so cosa dire. Non so cosa fare.
Mi sento persa e fragile. E compromettibile. Non sono abituata a provare questo desiderio e non vado a letto con chiunque. Ma lui, lui ha qualcosa di diverso. Lui và oltre.
Mi costringo a guardarlo e a salutarlo. Non posso accettare di ridurmi così.
Non sono un’adolescente. Devo tornare nel mondo reale.
«Buonanotte Edward» mi esce a fatica «grazie per la bella serata e … per tutto oggi, insomma.»
Non risponde.
Ti prego, ti prego, ti prego, dì qualcosa.
Attendo invano. Sfilo dalla mia pochette la tessera che mi farà entrare in camera. Via dai suoi occhi, dalla sua bocca. Via da quelle mani. Tutto sarà finito tra poco.
Infilo la tessera. Schiudo lentamente la porta. Entro in stanza e mi giro ancora una volta a salutarlo.
Non faccio in tempo ad aprire bocca.
Si avvicina. Mi fissa.
Io resto immobile.
Ancora un passo.
Io ansimo.
Non ce la faccio più. ‘Fanculo tutto.
Perdo il controllo e lo afferro per il bavero della giacca dello smoking.
Lo strattono verso di me, ma non devo metterci molta forza. Mi asseconda facilmente.
E in un attimo mi ritrovo sbattuta contro la porta che ha chiuso con forza alle nostre spalle.
La sua bocca si impossessa delle mie labbra. La lingua mi invade come a reclamare qualcosa che gli appartiene e gli è stato negato da troppo tempo.
Lascio andare la pochette a terra. Lascio andare con lei anche i miei pensieri, la mia dignità, la mia morale.
Tutto può essere calpestato in questo momento. Non ho modo di fermarmi. O di difendermi.
Si sposta con la bocca sulle mie spalle regalandomi un brivido infinito.
Le sue dita entrano nella mia carne quasi a volerla marchiare. Sono sulle mie braccia, sulla schiena, sul collo. Mi prendono poi il viso avvolgendolo completamente quasi a proteggerlo o a possederlo il più a fondo possibile. Sposta i capelli di un’acconciatura ormai rovinata dalle labbra e le prende nuovamente in ostaggio.
Non chiederò mai che mi vengano restituite.
Le sue mani scendono sui fianchi e sulle cosce.
Assecondando la pressione delle sue dita alzo una gamba e la sua mano avanza sotto la gonna facendosi strada lungo le pieghe della stoffa.
Trova l’elastico dei miei slip e li aggancia con due dita. Tira con forza e anche questi si abbandonano a terra con il resto di me stessa.
Non ho più nemmeno la forza di ansimare.
Il cuore mi sta scoppiando.  E so che lo farà. Non arriverò a domani se continuo così.
Quest’uomo meraviglioso, in uno smoking elegante ancora perfettamente al suo posto, si inginocchia ai miei piedi dandomi il colpo di grazia.
Alza il chiffon della gonna portandolo fino alla mia vita e, un attimo dopo, diventa lui il perno della mia esistenza.
La colonna portante che mi fa restare in piedi quando le gambe decidono di non avere più alcuna possibilità di reggere tutto il piacere che il mio corpo sta provando.
Mi stringe con forza i fianchi bloccandomi contro la porta e permettendomi di restare eretta e di lasciarlo fare.
Urlo senza fare rumore, senza produrre alcun suono, ma stringendo forte i suoi capelli tra le mie dita.
Non ho mai provato niente di simile in vita mia.
Non ho fatto poco sesso con Mike, ma non si è mai neanche avvicinato a farmi provare emozioni così forti. Così totalizzanti.
Non riesco a focalizzare il momento in cui Edward ritorna in piedi e riporta le sue labbra sulle mie. Ora hanno un sapore diverso. Il mio.
Gli sfilo la giacca. Sono stufa di vederlo così vestito, così perfetto, mentre io non ho più la percezione del tempo, del luogo e di me stessa.
Si lascia spogliare, mentre continuo a baciarlo cercando di recuperare fiato.
Resta a torso nudo davanti a me. Lo guardo. Lo ammiro centimetro per centimetro. Lo voglio ricordare per il resto della mia vita.
E’ dal primo momento in cui è entrato nel mio ufficio che volevo vederlo così. Adesso lo so per certo. E non mi racconto più bugie.
Anche il mio vestito scivola via sotto il suo tocco evidentemente esperto. Il reggiseno lo segue.
Sono totalmente vulnerabile adesso. Totalmente sua.
Con imbarazzante facilità mi alza e, senza chiedere il permesso alla mia coscienza, avvolgo le gambe al suo inguine.
Lo sento perfettamente. E lo voglio da morire.
Si sposta con me in braccio e mi adagia sul letto.
Arretro per rendere il suo attacco ancora più facile e fargli posto sul materasso.
Si cala i pantaloni.
Stavolta non guardo, non ne ho la forza. Aspetto. Aspetto. Aspetto.
Sento che si stende su di me. La pelle dei suo pettorali accarezza il mio seno.
E’ una sensazione così delicata ed erotica allo stesso tempo. Mi sento giusta, nonostante niente di giusto ci sia in quello che sto facendo.
Lui non sta facendo l’amore. Lui mi sta scopando. E’ evidente. E io glielo sto lasciando fare.
Senza remore. Senza pentimento.
Le sua dita mi accarezzano e mi riempiono.
Pochi istanti dopo, senza darmi il tempo di negargli il permesso, si spinge così forte dentro di me che mi sento rompere all’interno.
E’ una sensazione mista tra il piacere e il dolore. Una sensazione che non ha eguali.
Lo stringo per le spalle per sentirlo vicino. Per farlo sciogliere dentro di me. Stringo, stringo e stringo sempre di più. Lo sento gemere forte.
Qualcosa mi distrae. Qualcosa che stona in un momento così straordinario dove dovrei sentire solo il mio respiro contro il suo.
E’ il suono del telefono.
Il telefono della mia stanza sta suonando. Da un po’.
Chi cazzo può chiamarmi adesso? Qui?
Edward affonda ancora una volta dentro di me.
«il telefono ... » ansimo in qualche modo.
Grugnisce, ma credo anche lui capisca che se qualcuno chiama nella mia stanza d’albergo a quest’ora deve avere un buon motivo. E non può essere ignorato. Nemmeno mentre stai facendo quello che stiamo facendo.
«Non muoverti» intima scandendo bene le parole.
«Non ne ho alcuna intenzione» ribatto mentre la sua mano agguanta la cornetta, la appoggia al comodino e preme il tasto del viva voce.
Un’altra spinta.
«Pronto?» la sua voce è rotta.
«Signor Cullen? » all’altro capo il tono è decisamente stupito.
Altra spinta.
«Sì, sono io. Cosa cazzo c’è?»
Una mano mi copre la bocca. Evidentemente sto facendo troppo rumore. Ma giuro di non sapere come.
«Signor Cullen, mi scusi se la disturbo. C’è una persona qui in reception che … che la sta aspettando da un po’… »
Ancora una spinta.
Poi tutto si ferma, come se avessimo premuto il pulsante Pausa.
Apro gli occhi e lo vedo raggelato.
Mi fissa con la bocca aperta. Lo sguardo cupo.
«Cazzo» impreca a bassa voce portando gli occhi al soffitto.
«Signor Cullen, la signora è un po’… agitata … se lei potesse raggiungerla e calmarla ci farebbe un grosso piacere. Sa a quest’ora i clienti apprezzano la quiete …» continua la voce che invade tutta la mia stanza.
All’improvviso, come se qualcuno mi avesse dato uno schiaffo in pieno volto, realizzo.
La signora. C’è una donna qui per Edward. Una donna. Un’altra donna.
E lui è ancora dentro di me.
«Arrivo» si sporge sbattendo con forza la mano sul telefono concludendo la comunicazione. E la vita dell’apparecchio.
«Esci immediatamente da me brutto bastardo» urlo spingendolo con forza.
Ho la gola serrata. Il cuore ancora impazzito che ora non sa più se deve godere e spezzarsi.
«Bella aspetta … io non sapevo …» tenta di chiarire, mentre io continuo a spingerlo il più lontano possibile da me e lui non ne vuole sapere di darmi spazio, di farmi respirare.
Di ridarmi quello che mi ha preso.
«Stai zitto! Vattene via! » ormai le lacrime scendono e non posso farci un cazzo. Non ho modo. Sono troppo rotta dentro per cercare di alzare il muro ed arginarle.
«Ho detto a Irina di venire il giorno in cui tu non mi hai dato le ferie … dovevo chiamarla stamattina per dirle di annullare il viaggio, ma con tutto il casino che è successo mi è andato fuori di testa …  io e lei non stiamo insieme … e poi tu .. e poi a cena .. e poi adesso … Bella ascoltami ti prego … sono un coglione lo so, ma …»
«Falla finita!» urlo con tutte le mie forze. E lo spingo. Lo spingo via dal letto, via dalla stanza. Via dalla mia vita.
Quando è sul pianerottolo con solo i pantaloni addosso ancora slacciati, gli lancio contro la giacca e la camicia che raccolgo da terra all’ingresso.
«Non fare neanche  la fatica di rivestirti» grido mentre gli sbatto la porta in faccia.
Nuda e tremante mi siedo a terra lasciando scivolare la pelle scoperta e sensibile sulla fredda porta della stanza.
Porto le gambe al petto e le abbraccio. Rovinata dal pianto tento di cullare quel che resta di me. Quel che Edward ha lasciato di me. Poca roba.
Nemmeno quella sera di Mike avevo sofferto così tanto.
Nemmeno quella volta mi ero sentita umiliata come in questo momento.

***
Sono fuori dall’ufficio dell’AD.
Rose oggi non c’è e non sono stata introdotta.
Busso senza troppa forza, tanto che probabilmente non vengo sentita.
Riprovo convincendomi che quello che sto facendo è giusto.
Sono rientrata da Bruxelles domenica nel primo pomeriggio. Non ho atteso il volo programmato per la serata, ma ho fatto in modo di salire sul primo aereo disponibile.
Non ho visto nessuno. Non ho salutato nessuno. Sono uscita dall’albergo all’alba.
Il volo è stato orribile. Più del solito.
Una volta rientrata ho avvisato Alice che sarei rimasta a casa due giorni perché influenzata. Non so se mi ha creduta, ma sinceramente non mi interessa più niente di cosa pensano gli altri. Non mi interessa più niente di niente.
«Avanti» sento la voce di Masen oltre la porta di legno massiccio.
Avanzo con gli occhi bassi.
«Swan, bentornata» mi accoglie con un sorriso a cui non posso rispondere. «Sta bene? La vedo un po’ provata.»
Mi schiarisco la voce.
«Buongiorno Amministratore. Si non sono nella mia forma migliore, ha ragione» confermo più per buona educazione che per voglia di fare conversazione sul mio stato attuale.
«Mi dica tutto Swan. Com’è andata a Bruxelles?»
«Direi bene» mento. «Ma in realtà sono venuta qui per altro …»
«La ascolto.»
Allungo la lettera che stringo tra le mani.
«Rassegno le mie dimissioni con effetto immediato Dottor  Masen … mi dispiace, ma non posso continuare a lavorare per la sua compagnia.»
So che sto fuggendo di nuovo. So che forse dovrei semplicemente affrontare Edward e continuare per la mia strada qui dentro, almeno finché non troverò un altro lavoro che mi permetta di mantenermi. Ma non ce la faccio. Evidentemente questo è un mio limite e non posso farci niente.
L’AD è stupito, ma non come mi aspettavo. Rimane qualche minuto in silenzio valutando se aprire o no la mia busta. Nel frattempo mi osserva.
Poi, sorride.
«D’accordo signorina Swan. Devo dirle che sono molto dispiaciuto per la sua scelta, ma avrà i suoi buoni motivi, ne sono certo. Vorrei chiederle un favore prima che se ne vada. Un favore a titolo personale, se non le dispiace.»
«D’accordo» accetto. Non ho mai saputo dire di no a chi mi chiede aiuto. Ora che sto lasciando questa buona persona da un giorno all’altro non posso certo negargli un semplice favore.
«Stasera ci sarà una riunione al Planetario, in centro città. Le sarei enormemente grato se lei potesse partecipare al posto mio. Non è niente di operativamente rilevante e non sarà necessario parlare, sarà sufficiente la sua presenza.»
Non è troppo quello che mi sta chiedendo.
«Lo posso fare. A che ora?»
«Alle sette.»
«Ci sarò, le manderò una mail con la relazione di quanto verrà detto entro domani mattina.»
«Non credo sarà necessario, ma qualora volesse farlo, leggerò volentieri quanto avrà da riportarmi Swan.»
Mi porge la mano e la stringo con convinzione.
«La ringrazio per l’opportunità che mi ha dato …»
«Grazie a lei Swan. Di tutto. Ha fatto molto più di quanto crede.»
Lascio l’ufficio di Masen, lascio la Athena Airlines. Non passo dall’ufficio perché non voglio dare spiegazioni a nessuno. Manderò un messaggio ad Alice quando sarò pronta. Magari la inviterò a bere un caffè, un giorno. Chissà.

Alle sette sono fuori dal Planetario. Mi sembra strana come location per una riunione, ma l’aviazione civile è un mondo a parte e talvolta fa scelte davvero eccentriche.
Non vedo altre macchine, ma forse gli altri partecipanti hanno parcheggiato sul retro. O sono arrivati in taxi come me.
Apro la porta d’ingresso e alla reception non vedo nessuno.
Vedo un cartello con una freccia che indica la direzione per il “Moon Meeting” e deduco sia la riunione a cui devo partecipare. Effettivamente se parleranno di luna ci saranno ben poche cose interessanti  per la Athena Airlines, penso.
Avanzo seguendo le frecce ed entro in un salone enorme e praticamente buio.
Alzo gli occhi al soffitto e vedo una spettacolare volta celeste piena di stelle. Una luna enorme e pura emana una luce candida e romantica. Capisco che l’illuminazione è tutta dovuta a questo cerchio.
Inizio a sentire le note di una dolce melodia in sottofondo.
Mi guardo intorno cercando di capire, ma non trovo indizi.
Sto per tornare sui miei passi pensando di aver sbagliato stanza, quando la musica aumenta di volume e capisco che la canzone in sottofondo non è altro che Fly me to the moon.
Sento le gambe cedermi e un pericoloso tuffo al cuore.
Non può essere. Non può essere. Mi ripeto, come se questo potesse in qualche modo modificare la realtà che si sta materializzando davanti ai miei occhi.
Dal fondo della stanza compare. Avanza nella mia direzione. E non serve che io lo veda in volto per capire che è lui.
Lo riconosco dall’andatura. Dai jeans strappati. Dalla maglietta semplice che porta. Dal modo in cui muove le mani. Dal modo in cui so che mi sta guardando pur non cogliendo i suoi occhi.
Ma soprattutto riconosco l’effetto che mi fa essere in sua presenza.
Nessun uomo è mai stato in grado di farmi sentire così.
Vorrei avere la forza di girarmi ed andarmene, ma resto.
Ormai è a pochi passi da me. Ora i suoi occhi li vedo. Sono ancora più belli di quanto ricordassi.
D’improvviso rivado con la mente a quel momento, quando distesa sul letto, ci siamo intrecciati in uno sguardo carico di promesse, carico di qualcosa che poi non è stato.
L’emozione che provo è incontenibile.
Possibile che io non riesca a sentire rabbia verso di lui adesso che ne avrei tutto il diritto e anche il dovere per giunta? Possibile che io sia ancora qui, gli permetta di farmi tutto questa senza reagire, senza tirargli almeno uno schiaffo?
Frank Sinatra continua a cantare ignaro di quello che sto pensando e provando.
Edward mi prende la mano e si avvicina iniziando a muoversi a ritmo.
«Edward per favore …» lo imploro. E’ l’unica cosa che riesco a fare.
«Vorrei tanto poter ricominciare da qui Bella. Ti ho portata fino alla luna, come ti avevo promesso. E vorrei tu potessi non avere paura …» sussurra con un filo di voce.
Non piangerò. Non piangerò e non lo ascolterò. Non posso farlo.
Eppure mi muovo assieme a lui in un dondolio perfetto dilatando questo nostro attimo, forse l’ultimo, all’infinito.
Lui è come la corrente. Lui sa esattamente dove portarmi. E come farlo. Non ha indugi, non ha tentennamenti. Peccato che sia un fiume in piena e pericoloso, di cui non ci si può fidare. Nel quale si annega.
«Mi dispiace Edward, ma non posso.»
«Vorrei solo che mi ascoltassi Bella. Poi ti lascerò andare, se vorrai.»
Tento di staccarmi dalla sua presa, ma non me lo permette. Prepotente come al solito, pretende che lo ascolti fino alla fine.
«Edward non c’è niente da dire, niente …» piagnucolo sfinita. Fa troppo male.
«Tutto c’è da dire, invece» il dondolio si ferma e mi fissa staccandosi di mezzo passo. I suoi occhi sono lucidi, grandi. Molto più de solito. Hanno una luce diversa. Più calda. Più dolce. Più vera.
Il volto è contratto e non sembra più così sicuro come qualche istante fa mentre mi teneva stretta.
Alzo lo sguardo al cielo artificiale sopra di noi. Osservo le stelle e la luna. E, non so come, né perché, annuisco. Gli do il permesso di parlare e di straziarmi un’ultima volta.
Forse così mi renderò conto, forse così potrò continuare, forse così potrò guarire.
«Non voglio chiederti scusa Bella.»
«Cominciamo bene, direi» sogghigno.
«Non lo faccio per il semplice motivo che, sì, ho sbagliato, ma non l’ho fatto di proposito, né per ferirti. Sono un coglione, ma non al livello che pensi tu. Voglio raccontarti esattamente come è andata …»
Scuoto la testa, voglio fermarlo, invece mi esce un «perché?» che non mi dà modo di chiudere la questione e andarmene.
Non risponde alla mia domanda, ma insiste per la sua strada. Lui comanda. Come sempre.
«Mi sono fatto accompagnare da Irina in aeroporto venerdì e ti ho cercata prima di salutarla perché volevo tu mi vedessi.  Non so perché, forse semplicemente perché sono uno stronzo, ma volevo farmi vedere da te così, in quel modo. Le avevo anche detto di raggiungermi a Bruxelles per farti un torto, perché volevo farti capire che il più forte sono io … e non è così Bella. Non è così, maledizione … l’ho capito da subito e non ho voluto ascoltare quello che mi stava succedendo. Io non sono abituato a cedere. Non sono abituato a sentirmi in balia di una persona … non credevo di poter rischiare di perdere di nuovo le persone che amo. Irina non è che un passatempo, tutte le altre donne che mi girano intorno non sono niente, ma tu, tu sei stata diversa fin dal principio …»
«Edward ti prego … non continuare, non prendermi in giro …»
«Non ti ho mai presa in giro Bella. Mai. Ho fatto in modo di sedermi accanto a te sul volo per Bruxelles perché volevo capirti. Volevo trovare tutti i tuoi difetti per poi poter odiarti con giusta causa. Ma quando ho visto che eri terrorizzata mi sono sentito così tormentato. Sono stato tutto il tempo fisso su un’unica pagina del giornale che tenevo tra le mani. Un’ora e mezza di volo fisso su una pagina e con il pensiero bloccato su di te. In attesa di un segnale da parte tua. E tu sembravi non accorgerti di niente, niente! Poi al simulatore quando sei svenuta sono impazzito. Ti ho vista accasciata sul sedile, eri così pallida e volevo indietro la Bella combattiva, arrabbiata e dalle guance rosse. Ti ho voluta disperatamente già in quel momento. Ho dovuto fare i conti con tutto, per primo con me stesso. Non sono abituato a sentirmi così debole, così in balia delle emozioni. Ma ho perso. Ho clamorosamente perso e ho mandato a fare in culo tutte le mie paure, tutte le mie regole per te. Mi sono buttato, mi sono dato. E mi sono dimenticato di fare quello che dovevo fare, chiamare Irina e annullare tutto. Per quella sera. E per sempre. Non avrei mai più potuto stare con lei dopo che avevo sentito qualcosa per te. E in camera tua, quando mi hai trascinato dentro … »
Sentendo le sue parole e al ricordo delle sensazioni che ho provato in quella stanza, contro la porta, sul letto, sento le lacrime scendere. Stavolta non le trattengo. Non voglio nascondermi. Lui non lo sta facendo e io sono così stanca di tirare su muri e farmi vedere forte come non sono.
Mi accarezza dolcemente il volto raccogliendo una delle mie lacrime.
«… ora puoi mandarmi a fanculo per l’ennesima volta piccola e forte Swan, ma lo devi fare sapendo che mi sono innamorato di te. E non c’è rimedio, non c’è cura per questo.»
Frank non ci fa più compagnia con la sua voce. Rimaniamo solo io, Edward e la volta celeste.
Faccio fatica ad elaborare tutto quello che mi ha detto. Faccio fatica a credere che tutto questo non sia frutto della mia fantasia.
Sta aspettando un mio cenno, una mia risposta. E da me, invece, non esce niente. Tutto è chiuso dentro. Solo le lacrime escono. Mi sento quasi implodere per la forza e il contrasto dei sentimenti che sto provando in questo momento.
Non so gestirli. Devo prendere tempo. Spazio. Aria.
Mi volto e mi incammino verso l’uscita.
Gli do le spalle perché è l’unica cosa che posso fare. Perché guardandolo negli occhi, guardando quelle labbra non saprei dire di no. Non saprei fare altro che gettarmi tra le sue braccia.
Non mi ferma. Non mi rincorre.
In fondo al cuore lo speravo.
«La luna è troppo in alto Edward. Ed io ho paura di volare …» riesco a dire con un volume appena sufficiente a farmi sentire.
«Io non ti lascerò cadere Bella. Non lo farò.»
La sua voce è così maledettamente ferma. Lui sembra così maledettamente convinto di quello che sta dicendo.
I miei piedi si bloccano. Vorrei tanto fare ancora un passo e uscire dalla sala. Ma non ci riesco. Ho un disperato bisogno di lui. Della sue mani. Della sua bocca.
Ho bisogno di sentirmi viva tra le sue braccia. E di sentirmi amata come solo lui riesce a fare.
Mi giro e lo osservo, arresa. E’ il segnale che aspettava.
In un attimo mi raggiunge percorrendo la sala a grandi falcate.
E’ a due centimetri da me quando allunga la mano e mi prende il volto tra le mani.
 Poi le sue labbra si impossessano delle mie. Ed è così che lo voglio. Pieno. Tutto. Mio.
«Non voglio neanche un vuoto d’aria su questo volo, Comandante» dico con le bocca ancora incollata alla sua quando mi lascia riprendere fiato.
Sorride.
Sorrido.
«Nessuna turbolenza … nessuna turbolenza è prevista Swan.»
«Allora decolliamo Comandante Cullen …»
Decido di abbandonarmi a questo fiume di emozioni. So che non sarà facile e so che, nonostante le sue rassicurazioni, ci saranno giorni di corrente calma, ma anche giorni di piena.
Lui è così. Impetuoso. Imprevedibile. Ma anche rasserenante e confortante. Forte. Giusto.
Ma, in fondo, chi non è così perfetto e imperfetto allo stesso tempo.
Evidentemente questo è il mio percorso. Questo è il nostro percorso.
La luna artificiale illumina i nostri profili.
Ora non ho più paura di lei. Ora so di non essere da sola ad affrontarla.

***


DA: ISABELLA SWAN
A: A.D. MASEN ATHENA AIRLINES

OGGETTO: RELAZIONE MOON MEETING

Gentile Dottor Masen,
Vorrei informarla che la riunione al Planetario si è rivelata davvero interessante e ha permesso alla sottoscritta di valutare e scegliere il proprio futuro.
Sono perfettamente consapevole di essere una persona fortunata e le garantisco che saprò far tesoro di ogni cosa.
Se volesse annullare le mie dimissioni, sarei felice di poter  riprendere il mio lavoro all’ufficio turni.
Qualora non volesse farlo apprezzerò ugualmente quanto da lei fatto.
La ringrazio per l’opportunità e la fiducia concessami.

Con estrema gratitudine
Isabella Swan

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DA: A.D. MASEN ATHENA AIRLINES
A: ISABELLA SWAN

OGGETTO: RE: RELAZIONE MOON MEETING

Gentile Signorina Swan,
sarà la benvenuta alla Athena Airlines, ma soprattutto sarà la benvenuta nella mia famiglia.

La attendo, completamente fiducioso sul suo futuro. E su quello di mio nipote.

A.D. Masen




24 commenti:

  1. Questa è l’ultima che ho letto e quindi, per una logica tutta mia, sarà la prima storia in cui pubblico il commento ahahahaha Mi prendo lo stesso tempo per pensarla e scriverla, senza rischiare di farmi trasportare troppo. Comincio col dirti che è davvero una storia molto bella, i personaggi sono ben delineati, non c’è incoerenza tra età e pensieri, è romantica e sentimentale al punto giusto; con quel pizzico di problemi, tristezza (solo nel momento in cui lo sbatte fuori dalla porta. Non so se avrei avuto il coraggio di sbatterlo fuori in tutta la sua gloriosa nudità!!!!!!!!!!!!!!!!!) e dolcezza.
    Mi è piaciuta la vicenda, con questa colonna sonora poi, inevitabilmente, mi hai conquistata!
    Penso di avere un’idea di chi tu sia, cara autrice, e non perché sono diventata una strega (come ripropongo in altre storie) ma perché ho scorto dei piccoli passaggi che ti caratterizzano ahahahahahahahahahaa. Poi ovviamente verrà fuori che non sei tu come tutte le altre, allora sì che sarà divertente. Unica piccolissima nota negativa, ci sono dei piccoli errorini ini sul testo che con un’ennesima lettura avresti corretto! (Solo perché non ho potuto fare a meno di notarli. Sorry.)
    Per il resto mi è piaciuta moltissimo. Mi sono immaginata il terrore di volare chiaramente, bravissima.
    Complimenti e grazie per aver partecipato.
    Aly

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  2. Veramente, veramente bella, mi piace tantissimo.
    I loro scontri/incontri mi sono piaciuti tutti e come si è dichiarato.... spettacolare.
    Fighissime le mail tra Carlisle e Bella alla fine ^_^
    Grazie

    JB

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  3. E' a dir poco meravigliosa, questa. Scritta con maestria e delicatezza. Descrizioni e caratterizzazione dei tre personaggi (oltre Edward e Bella ci metto pure il vecchio zio, che nonostante ci sia poco, si lascia intuire egregiamente) che lasciano il segno. Bella all'apparenza forte e decisa è in realtà fragile e ferita. Edward all'apparenza spocchioso e altero è in realtà dolce e gentile, ma incapace di scoprirsi disposto a concedersi per quello che è. E il tocco finale delle mail tra Bella e il capo dei capi... un colpo da maestro.
    Un vero gioiellino che credo di sapere a chi appartenga e, se sei tu, non avevo alcun dubbio in proposito.
    Grazie mille perché mi ha emozionato come poche volte mi prende una storia narrata dal solo punto di vista di lei.

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  4. Bellissima! Potrei fermarmi a questo. Non ho la più pallida idea di chi tu sia ma hai tutta la mia stima per aver scritto questa storia.
    Non c’è stato un solo pezzetto che non mi sia piaciuto o mi abbia fatto pensare “ma quando finisce?”, avrei continuato a leggere di questi due ancora e ancora. I loro scontri sono fantastici, il loro inseguirsi anche meglio, il momento in cui si lasciano trasportare dalla passione epico, quando lo sbatte fuori… non trovo una parola adatta ma è stata grandissima. La sofferenza, il terrore di volare, la dichiarazione di Edward, lo zio… tutto, tutto perfetto.
    Grazie e mille complimenti.
    Patrizia

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  5. Bellissima! Scritta benissimo, personaggi grandiosi e molto ben caratterizzati. Adorabili i loro battibecchi e divertentissimi i pensieri di Bella. Mi hai fatto provare la paura di volare che non ho mai avuto. Un Edward in divisa da pilota mi mancava, e cavolo! È stupendo!!
    Non ho idea di chi tu sia, ma sei bravissima, complimenti davvero!

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  6. Sei stata bravissima. Ottima padronanza del linguaggio, ottima introspezione del personaggio femminile, ritmo cadenzato ma che favorisce la riflessione. In un fandom in cui il romanticismo ormai è quasi scontato e spesso abusato, la tua one shot fa sognare senza scadere nel miele più banale. Complimenti!!!
    Aleuname.

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  7. ahhaahahahhaahah!!! Embè! Direi che sono fatti l'una per l'altro! Due pazzi isterici! Bellissima storia d'amore, ben scritta, dal passo ben cadenzato e ben gestito, sei molto brava e questo già lo sai. Per quanto riguarda la storia in sè ha una serie giusta di avvenimenti che portano una donna certamente sfiduciata a trovare il suo degno compagno. Le due lettere finali mi sono piaciute tantissimo e complimenti perchè stavolta hai disegnato una Bella davvero insopportabile e non me ne ricordo di tue così.
    Bravissima!
    -Sparv-

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  8. Bella storia, ben scritta. Molto brava. Il mio voto è 3.

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  9. Meravigliosa,veramente! E'perfetta, incredibilmente romantica e davvero originale. I personaggi sono interessanti e credibili, e alcune espressioni ed immagini sono memorabili. Ci sono momenti divertentissimi e altri intensi, in più c'è anche molta sensualità. Complimenti davvero.

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  10. hai una fantasia da vendere, davvero. mi piace moltissimo la trama e come si è sviluppata. magari ci fossi stata io su quel volo *-* heeheheheh. Non so chi tu sia, purtroppo non sono bravissima nel riconoscere le storie ma ti faccio i miei più cari complimenti.

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  11. Il mio voto è 5. Grazie e complimenti!

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  12. Ciao, ho riletto questa shot mi piace come scrivi e all'inizio quasi mi identificavo con la protagonista, però c'è stato un particolare che non mi è piaciuto... Scusami

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  13. P.S.: adoro la descrizione dei personaggi specialmente del protagonista

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  14. Diventa sempre più difficile votare. Complimenti per tutto, i personaggi,le vicissitudini, la sensualità, le lettere finali tutto tutto tutto.
    Grazie
    Voto 4
    Georgia

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  15. molto bella; divertente, romantica e scritta bene. Compliment
    i

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  16. Veramente bella, mi è piaciuta tanto. Mi è piaciuta molto la trama, i personaggi ho solo un rammarico di non aver potuto assegnare più punti, perchè questa ne meritava, avrei preferito la votazione a 10 così avrei potuto darle il tributo che merita. Complimenti

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  17. Storia piena di tutto!!! Equilibrata nelle sue parti, con qualche dialogo frizzante e qualche scena divertente, senza esagerazioni o forzature!
    E ben scritta....
    Grazie mille di aver partecipato!!!!

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  18. Questa è la storia che mi è piaciuta di più. per come è scritta, per i vari passaggi, per il fatto che è romantica, per il fatto che la parte erotica è davvero erotica... Insomma per me la migliore! A te vanno i miei 5 PUNTI.

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