Dall’enorme vetrata del mio salotto osservo il
fiume Hudson scorrere pigro a poca distanza dal mio elegante appartamento al 63mo
piano della Trump World Tower, uno dei
tanti grattacieli di Manhattan.
L’acqua
riflette le luci di New York. Sembra quasi di poter vedere una città
alternativa, in cui gli abitanti, forse, non sono così bastardi come in quella
reale.
Con la sua
lenta corrente, il fiume si porta via un’imbarcazione dalle cabine illuminate.
Vorrei tanto
essere trascinata anch’io con la stessa grazia da qualche parte. Qualsiasi.
La luna dai
contorni incerti riflessa tra le increspature dell’acqua mi fa pensare a quanto
sappia essere bella e ammaliatrice, ma altrettanto pericolosa, falsa. Profondamente
ingannatrice. Ha sempre esercitato un crudele fascino su di me. Immeritatamente.
A trecentosessanta gradi.
Senza
distogliere lo sguardo dal panorama, tolgo le nuove Louboutin che mi fanno un
male cane, ma il dolore fisico è l’ultima cosa di cui mi importa in questo
momento.
Ho il trucco
sbavato a causa delle lacrime che sono scese contro la mia volontà. Ma nessuno
le ha viste. E di questo ne vado enormemente fiera.
Ho la
consapevolezza di essere arrivata al capolinea. Sorrido amaramente a questo
spettacolo di vista.
E alla luna che,
a dispetto di tutto, sembra essere in linea con i miei pensieri indicandomi di prendere il largo.
Ormai ho
deciso.
Addio New
York.
***
L’AD Masen da
più di mezz’ora sta continuando a tessere le mie lodi e a ringraziarmi per aver
accettato il posto nella sua Azienda.
Poco importa
se l’ho fatto perché non avevo alternative o, soprattutto, perché era il
trampolino di lancio per tagliare definitivamente i ponti con la mia “vecchia”
vita.
Fino a un
paio di settimane fa lavoravo per un’ importante compagnia aerea statunitense,
la United Airlines, ma dopo le continue minacce di attentati ricevute
nell’ultimo anno proprio nella sede di New York, ho deciso di fare le valige e
tornare in Italia.
Comunque,
non prendiamoci in giro.
Questa è
stata la motivazione ufficiale che ho usato per titolari e colleghi quando ho
annunciato le mie dimissioni a sorpresa e senza preavviso. Sarò sembrata scema
e paranoica, ma tanto il danno era già fatto. Di certo le voci si sarebbero
diffuse in breve tempo. L’umiliazione degli sguardi pietosi non l’avrei potuta
sopportare. Non avrei mai dato loro questa soddisfazione.
Quindi non
ci ho ragionato troppo su.
Il motivo
reale per cui ho cercato e accettato questo impiego è la volontà di lasciarmi
alle spalle la storia con quel cretino - e ho usato un eufemismo - del mio
fidanzato.
Ottima idea
tradirmi con Tania, soprannominata Moonlight
per il suo colorito chiarissimo, ovvero la mia collega nonché presunta migliore
amica, proprio la sera in cui mi aveva chiesto di diventare sua moglie.
Per uno
scherzo del destino li ho beccati proprio io, mentre si strusciavano accaldati e
mugolanti nella toilette del locale prenotato per la nostra festa di
fidanzamento. E pensare che aveva organizzato tutto lui per farmi una sorpresa.
Hai voglia
che sorpresa! Un applauso al promesso sposo dell’anno.
Bel cazzone.
E ottima accoppiata.
Ma,
soprattutto, standing ovation per Bella prego!
In un colpo solo perde fidanzato, amica e lavoro.
Praticamente
tutto quello che mi teneva in America.
No, non sono
così masochista al punto di rinunciare alla mia vita e al mio lavoro, peraltro
ben pagato, per un uomo che vale zero.
Non avrei
probabilmente fatto questa scelta se Mike non fosse stato il mio diretto
superiore e Luna la mia dirimpettaia di scrivania. E mia amica dal primo giorno
in cui ho messo piede nella Grande Mela.
Ah,
dimenticavo la ciliegina sulla torta: avevo pure risposto di sì e avevo
infilato il bel diamante all’anulare. Una volta arrivata a casa l’ho
premurosamente buttato in water.
Sì, lo so … uno
spreco enorme. Ma la mia mente in quel momento non era abbastanza lucida da
calcolare il giusto rapporto tra danno e beneficio. Amen.
E comunque
la soddisfazione di vedere i suoi soldi vorticare verso le fogne di Manhattan
non è stata cosa di poco conto.
Comunque,
data la mia natura cocciuta ed estremamente orgogliosa, ho deciso di non darmi
per vinta.
Mi sono
concessa qualche ora di pianto, beh un po’ più di qualche ora. Due giorni
interi in pigiama sul divano a divorare gelato e barrette di cioccolata, a guardare
film romantici e imprecare contro l’amore che non esiste. Stile Bridget Jones,
insomma.
Quando ho toccato con mano gli effetti dell’ennesima
indigestione e gli occhi avevano assunto le proporzioni di due palline da golf
ho capito che era giunta l’ora di dare il via al piano b.
Per questo
ora sono qui, seduta su una sedia girevole di pelle bianca ,che a fatica riesco
a tenere ferma, ad ascoltare questo uomo di mezza età, proprietario della
Athena Airlines.
Sta usando
un tono cordiale e gentile, pur dimostrando una profonda professionalità. Denota
un’assoluta competenza nell’elencarmi i vari reparti dell’azienda sottolineando
spesso l’ importanza che dà all’impegno di ogni singolo assunto alle sue
dipendenze dai quali, specifica, si aspetta rispetto delle regole e onestà
intellettuale. Oltre che impegno e disponibilità.
Figuriamoci,
bazzecole rispetto a quello che avevo affrontato alla United, soprattutto agli
inizi.
Sessanta tra
piloti e comandanti a cui vanno aggiunte una trentina di assistenti di volo.
Sarà questo il mio lavoro: organizzare la loro turnazione e i trasferimenti, la
prenotazione degli esami di rinnovo delle varie abilitazioni e i relativi
spostamenti.
Posso
farcela e credo anche senza troppa fatica, dal momento che la mia precedente
mansione prevedeva più o meno la stessa cosa, solo che il personale da gestire
era moltiplicato per quattro.
«… e quindi sono
lieto di avere una persona tanto competente nel nostro staff che sicuramente ci
farà crescere e acquisire prestigio nel panorama nazionale ed internazionale!Benvenuta
tra noi signorina Swan!»
Credo abbia
finalmente terminato il suo monologo dato che lo vedo alzarsi dall’enorme
poltrona nera e porgermi la mano in segno di accordo raggiunto.
«Non
esageriamo, mi fa piacere far parte di un gruppo ancora in crescita e farò del
mio meglio per darvi il supporto che cercate»
rispondo con un sorriso di circostanza e la mano stretta nella sua morsa.
A dire la
verità non è un lavoro che mi fa impazzire, avrei preferito di gran lunga
cambiare radicalmente settore, ma in pochi giorni di ricerca questo è quello
che ho trovato e per il momento me lo farò andare bene.
L’importante
era iniziare da qualche parte.
Il signor
Masen mi accompagna gentilmente alla porta. Sembra un uomo buono e deciso, di
quelli che credono ancora nelle proprie idee e nel proprio lavoro. Mi piace,
decisamente.
«Rose
l’accompagnerà nel suo ufficio, per qualsiasi cosa sa dove trovarmi» con un
sorriso mi lascia nelle mani della sua bella assistente bionda, non altrettanto
affabile nei miei confronti, a dire la verità.
Quando apro
la porta di quello che Rose indica con aria di sufficienza come il mio ufficio,
trovo una giovane e bella ragazza seduta ad una delle due postazioni. Appena
entro si alza in piedi e mi corre incontro esuberante, quasi abbracciandomi.
«Ciao! Io
sono Alice ... tu devi essere la nuova assunta, la mia capa vero?» sprizza entusiasmo da ogni
parola e gesto. E mi piace un sacco che mi abbia dato del tu come si usa negli
States, un po’ per necessità di lingua, ma anche per cultura.
«Piacere,
Isabella. Ma chiamami pure Bella»
le rispondo, contagiata dalla sua
genuinità.
Immagino
abbia più o meno venticinque anni, qualche anno meno di me, anzi più di qualche
anno, ma credo sarà un’ottima collaboratrice. Andremo d’accordo, lo so. Un
clima allegro in ufficio non guasta, soprattutto quando il lavoro che stai
facendo non è nemmeno nella tua top ten.
Con l’aria
festosa che mi pare di capire la caratterizzi, Alice mi accompagna alla postazione
ed elenca rapidamente le cose in sospeso che hanno una certa urgenza di essere
portate a termine.
«Ok
mettiamoci pure al lavoro» dico,
mentre mi siedo rimboccandomi le maniche.
«Ho qualche
idea di quel che bisogna fare, ma avrò bisogno del tuo supporto per imparare il
sistema gestionale e altri dettagli.»
«Certo!Saremo
una bella squadra, vedrai!»
Alice, in
poche ore, mi illustra il modo abituale di gestire il personale e mi adeguo
facilmente alle sue dritte. E’ davvero preparata nel suo lavoro, ci avevo visto
giusto.
Decidiamo
che, almeno per questo mese, io preparerò solo i turni dei comandanti e mi
occuperò di tutto ciò che li riguarda, mentre lei si dedicherà ai piloti e alle
assistenti di volo.
Senza
aggiungere altro, mi passa la cartella contenente le desiderata che il
personale lascia nella cassetta della posta posizionata fuori dal nostro ufficio,
e ci mettiamo al lavoro.
I turni devono essere pronti tra due giorni.
Possiamo farcela.
***
Vorrei
sbattere la testa contro il muro. Devo consegnare questi maledettissimi turni
entro oggi pomeriggio e non riesco proprio ad incastrare le richieste di due
comandanti. Ho provato a girare e rivoltare tutto e tutti, per ore, ma non c’è verso.
Uno dei due, purtroppo, non si vedrà concesso il giorno di ferie che ha chiesto.
Io non ne vengo fuori.
Sto per chiedere
un consiglio ad Alice per capire quale dei due, secondo lei, posso maltrattare senza
troppe conseguenze, quando due tonfi sordi sulla porta mi fanno alzare di botto
lo sguardo.
Senza attendere
alcun consenso, la porta si spalanca e fa il suo ingresso in scena il dio
Apollo in persona.
Resto
francamente colpita dal suo aspetto , come non mi succedeva da secoli.
La mia
espressione al momento non deve risultare tra le più intelligenti sul mercato.
Faccio uno sforzo sovraumano e riesco almeno a chiudere la bocca.
E’ un uomo, sì
decisamente un uomo, sui trent’anni, alto, tosto, muscoloso ma a suo modo
elegante, non eccessivo. Avanza nella stanza e ha un’andatura sicura e una
camminata altamente sensuale. I capelli medio lunghi sono scomposti ad arte e
hanno un colore indefinito che và dal biondo al rosso al castano, che neanche facendo le meches riesci ad ottenere un
effetto del genere.
La barba di
due giorni gli dà un aspetto ruvido e così maledettamente erotico per i miei
gusti.
Porta i
jeans tagliati alle ginocchia e un giubbotto di pelle marrone. Sotto, una
semplice maglietta bianca attillata lascia intravedere i pettorali scolpiti e
una leggera peluria che procura spasmi alla mia bocca. E un tantino più sotto.
Dei Ray-ban scuri coprono i suoi occhi, ma chissà
perché, sono certa anche quelli facciano il paio con il resto.
Lo osservo
con attenzione mentre, senza degnarmi di uno sguardo, si avvicina ad Alice e,
una volta catturata la sua mano, la bacia con galanteria.
«Allora
bellezza sono pronte le mie fatiche per il prossimo mese?» le chiede regalandole un
sorriso per il quale dovrebbe essere arrestato all’istante.
«Buongiorno», risponde la mia nuova
collega in leggero imbarazzo, «mi dispiace Edward ma da questo mese devi
parlare con Isabella, la nuova responsabile dell’ufficio» lo informa ricomponendo, per quanto possibile,
la voce tremante.
Entrambi si
voltano nella mia direzione. Apollo, a questo punto, trasferisce con le sue
lunghe dita i Ray-ban sui capelli rivelando due perle tra l’azzurro e il verde che
mi colpiscono in profondità.
Lo sapevo,
lo sapevo che sarebbero stati perfetti pure loro. ‘Fanculo.
Tutta questa
perfezione mi dà altamente sui nervi e, senza rendermene conto, sbotto alzandomi rumorosamente dalla sedia.
Acida come
non sono abituata ad essere, lo schernisco tendendogli la mano per presentarmi,
«direttamente da Top Gun, Maverick tra noi … che onore.»
Mentre Alice
tenta di camuffare una risata, mi godo la soddisfazione di vederlo spiazzato con
questa mia uscita. Apollo rimane paralizzato con la bocca semi aperta.
Dio quelle
labbra rosse. Come cavolo fa …
Scosso dal
rumore dei singulti malcelati di Alice, riprende possesso della sua aria
spocchiosa e si avvicina alla mia scrivania.
Con la mano
sinistra raccoglie la targhetta di metallo riportante il mio nome, con la
destra solleva la mia ancora a mezz’aria. Si abbassa in un inchino ridondante e
tenta di farmi il baciamano come ha fatto poco fa con Alice.
«Signorina
Swan …»
«Non ci
pensi neanche lontanamente Signor …»
lo blocco ritraendo di scatto la mano.
Due a zero
per me. E’ di nuovo imbalsamato.
«Cullen. Comandante Edward Cullen per lei, Miss
Swan» si presenta
ricomponendosi e mettendo esplicitamente l’accento sulla sua posizione di
Comandante.
Benissimo.
Proprio benissimo. Secondo giorno di lavoro e ho probabilmente già guadagnato
una bella lamentela in direzione. L’AD mi aveva raccomandato di porre particolare
attenzione ai Comandanti di questa compagnia. Senza contare che lui è uno dei
due nomi a cui dovrà esser negato il giorno di ferie, ovviamente. Perché il mio
karma è così bastardo?
«E’ un
piacere conoscerla Comandante»
ribatto risiedendomi, senza far trapelare il mio fastidio.
«I turni
verranno messi nelle vostre cassette entro oggi pomeriggio come da programma,
non si preoccupi» continuo.
«Signorina
Swan, generalmente la sua collega, molto gentilmente, me li faceva controllare
in anteprima … sa per evitare qualche disguido, magari» insiste tentando di ingraziarmi con voce dolce.
«Spiacente»,
lo gelo, «questa pratica non sarà più in uso finché sarò io la responsabile di
questo ufficio.» Termino con un sorriso compiaciuto.
«Ora
Comandante, se vuole scusarci, avremmo del lavoro da portare avanti» lo congedo rimettendomi gli
occhiali e concentrandomi sul monitor
del mio computer.
Se il mio problema lavorativo è
automaticamente risolto, il suo inizia adesso. Ma ancora non lo sa.
«Certamente.
Mi raccomando, faccia bene il suo lavoro signorina …» riprende nuovamente in mano la targhetta
evidenziando il fatto che il mio nome sia ben poca cosa per lui «… Swan.»
«Non si
preoccupi. Sarà fatto»
ribatto senza degnarlo di uno sguardo.
«Arrivederci
Alice»
«Arrivederci
Edward»
risponde cordialmente lei fingendo di non aver seguito ogni singola parola
della nostra entusiasmante conversazione.
La porta si
chiude rumorosamente e Alice si scioglie in una fragorosa risata liberatoria.
«Ma tu sei
completamente fuori! » sghignazza scuotendo la testa.
Resto
interdetta dalla sua reazione, francamente mi aspettavo un po’ più di
solidarietà da lei.
«Perché scusa?»,
le chiedo. «Io non sopporto le persone arroganti e maleducate, soprattutto
quelle che non rispettano il lavoro altrui! E questo come cavolo si chiama, ah
si, Cullen davvero è un concentrato di antipatia che raramente incontri nella
vita» continuo sempre più
alterata «che poi già così giovane si ritrova ad essere Comandante … abbassasse
le ali và!»
«Bella, ehm …
Edward Cullen è il nipote del signor Masen, l’unico nipote» mi spiega Alice diventata improvvisamente
seria. «E’ il figlio di sua sorella gemella che è scomparsa diversi anni fa
assieme al marito in un incidente stradale. Il Dottor Masen gli ha fatto da padre
ed è stato lui a farlo entrare in compagnia, gli ha fatto fare la gavetta da
pilota e poi lo ha fatto prendere la licenza di Comandante. Edward Cullen è
l’unico erede della Compagnia perché l’AD non ha figli.»
«Ah. » E’ il mio unico commento
sulla questione, mentre tolgo gli occhi dalla mia collega e li porto a fissare
lo screen saver del mio monitor.
Ottimo, proprio
un bel casino. Brava Bella, come sempre sei una garanzia.
Provo a
rimettermi a lavorare sui turni e mi passa per l’anticamera del cervello di
cambiarli e di accontentare lui a discapito dell’altro.
Tuttavia, ripensando
al suo comportamento, al baciamano che ho evitato per poco, ai suoi occhi
gelidi che volevano affondarmi quando se n’è andato, non riesco a provare alcun
rimorso o a pensare di aver sbagliato.
No, non mi
tirerò certo indietro perché lui è quello che è. Che vada pure a lamentarsi
dallo zietto, il nostro Comandante.
“Vaffanculo Cullen” penso, mentre i
turni stanno uscendo dalla stampante.
***
«Cosa cazzo
sarebbero questi??»
Riconosco la
voce appena la burrasca irrompe in ufficio. Il Comandante Cullen si avvicina a
grandi falcate nella mia direzione sventolando furiosamente un foglio in aria.
A dire la
verità lo stavo aspettando già da un paio d’ore, ma si vede che il nostro
Comandante è andato a ritirare la sua turnazione con tutta calma essendo ormai quasi
ora di pranzo.
«Buongiorno
anche a lei Comandante»
esordisco con un finto sorriso e un’espressione forzatamente angelica, mentre
Alice, molto intelligentemente, sgattaiola fuori dalla stanza avendo previsto l’imminente
bufera.
«Non
azzardarti a fare l’ingenua con me Swan!»
mi ammonisce puntandomi l’indice contro.
«Avevo
chiesto ferie questo sabato ed io esigo essere libero» urla sbattendo il pezzo di carta sulla mia
scrivania scaraventando gran parte delle penne sul pavimento.
«Apprezzo il
suo self control, mi creda. Purtroppo non ho potuto in nessun modo concederle
quanto richiesto. Come può notare, però, avrà il venerdì successivo libero e
anche i due giorni seguenti. Mi sembra un ottimo compromesso.»
«Non me ne
frega un cazzo dei tuoi giochetti e compromessi!»
continua sbraitandomi a pochi centimetri dal viso mettendo a dura prova i miei
nervi. «Io ho l’impegno con Irina questo
sabato, non il prossimo! E’ chiaro? Vedi di liberarmi immediatamente!»
Fantastico,
ora che so che il motivo della sua richiesta è una donna, col cavolo che gliela
darò vinta. Non ho idea del perché la cosa mi infastidisca da paura, ma non ci
voglio pensare adesso.
«Comandante» il mio tono di voce è ora
allineato al suo «penso
sia ora di finirla con questa sceneggiata»
ribatto alzandomi dalla sedia e affrontandolo a muso duro come merita.
I nostri
respiri affannosi fanno a botte quando si incontrano a mezz’aria tra i nostri
volti pericolosamente vicini. Cullen è rosso di rabbia,i suoi occhi chiari
rivelano una sorta di fiamma demoniaca al posto dell’iride. La vena sulla
fronte gli pulsa con evidenza.
La mia espressione
credo non sia molto diversa dalla sua in questo preciso istante. Non ne vado
fiera e so già che poi starò male da morire.
Ma non
mollo, non ora. Decido di continuare a oltranza e di non lasciarmi intimorire.
Anzi, vederlo così arrabbiato mi fa sentire maledettamente potente nei suoi
confronti.
Mi sento
eccitata come non mi succedeva da un sacco di tempo.
«Non ho
alcuna intenzione di modificare i suoi turni Comandante Cullen perché, e glielo
ripeto per l’ultima volta quindi apra bene le orecchie, non ho alcuna
possibilità di lasciarla libero questo sabato. Sono stata sufficientemente
chiara?» concludo con una
picchiata di volume.
«Tu l’hai
fatto apposta!Dillo!Dillo!»
«Mi dispiace
deluderla, ma non è affatto così.»
«Si invece!
L’hai fatto perché ieri sono passato e ti ho chiesto di controllare i turni, la
cosa ti ha infastidito e volevi mettere in chiaro che qui comandi tu … vero
Signorina Swan?»
«Si sbaglia
di grosso!» gli urlo contro fulminandolo con lo sguardo, ma so che quello che
dice ha un fondo di verità.
Avrei potuto
benissimo girare i suoi turni con l’altro Comandante, ma volevo punire lui. E
così ho fatto, mascherando il tutto con una necessità improrogabile a mio uso e
consumo.
Messa alle
strette decido di usare il jolly che mi ero preparata per argomentare la mia
decisione in caso di necessità. Gli schiaffo sotto al naso un foglio che
rintraccio alla bell’e meglio nel casino della mia scrivania, dove sono
riportate alcune date ed orari, peraltro illeggibili nella foga del momento, e
continuo in tono leggermente più pacato
«come lei
ben saprà deve fare la sua sessione al simulatore entro la prima quindicina del
mese e a Bruxelles … e come vede»
sventolo a mia volta il foglietto «ci sono dei posti liberi solo questo
weekend. Quindi, Comandante Cullen, se lei preferisce vedersi sospendere la
licenza per andare dalla sua amichetta per me nessunissimo problema ,si
accomodi pure, ma non si azzardi a mettere in discussione la mia
professionalità» concludo
risiedendomi palesemente soddisfatta e in crisi d’ossigeno.
Edward
Cullen si passa nervosamente la mano tra i capelli.
Oddio forse
stavolta l’ho colpito davvero.
La vena
sulla fronte continua a pulsare vistosamente per la rabbia.
All’improvviso
lo vedo abbassare il capo ed inspirare a fondo.
«Mi hai
fatto perdere una delle migliori scopate della mia vita» spiega con un ghigno amaro senza più degnarmi di
uno sguardo.
«Spiacente» rispondo gelida.
«Vaffanculo!» ribatte lui girando i tacchi e sbattendo la
porta talmente forte che credo sarà necessario l’intervento di un imbianchino
per stuccare le crepe sul muro.
«Buona giornata
anche a lei Comandante»
grido sperando con tutto il cuore che mi senta anche se, con due falcate delle
sue, sarà già in corridoio.
Sono davvero
furiosa con lui. E con me. Per quello che ho fatto. Per come mi sento. Per le
emozioni che provo a cui non so dare un nome.
Rimango sola
per diversi minuti e, sbollita la furia, inizio a sentirmi uno schifo. Una
bugiarda.
A Bruxelles
avevano posto anche il lunedì e il martedì, per non parlare del mercoledì …
Una stronza
fatta e finita. Aveva ragione su tutta la linea, ma non lo avrei mai ammesso
con lui nemmeno sotto tortura.
A fatica lo
ammetto con me stessa.
Quando Alice
entra guardinga in ufficio, si avvicina lentamente alla mia scrivania. Ho la
testa fra le mani, i gomiti appoggiati al tavolo. Sento i suoi passi leggeri,
che ormai ho imparato a riconoscere senza alzare lo sguardo, sempre più vicini.
Sfinita mi butto
sullo schienale della sedia e mi massaggio le tempie. Ho sempre odiato gli
scontri diretti e, per quanto possibile, li ho sempre evitati. Stavolta non ho
proprio potuto e pago con un furioso mal di testa.
Senza
proferire parola Alice mi allunga un bicchiere di plastica con del the che deve
aver preso alla macchinetta. Lo accetto con immensa gratitudine.
«Non è che
per caso avresti anche un’aspirina? O due, magari»
biascico.
Si dirige in
silenzio alla sua postazione e dopo pochi istanti mi porge due pasticche.
«Grazie
Alice. Grazie davvero.»
«Non c’è di
che Bella, solo che …»
Do una
sorsata al the bollente che mi rimette almeno in parte a posto lo stomaco ancora
in subbuglio.
«Avanti continua,
tanto peggio di così …» la esorto sfinita.
Sono al
terzo giorno di lavoro e avrei già bisogno di ferie. Non avrei mai pensato di
ridurmi così.
«Edward non
è come sembra. Sì, è una ragazzo sicuro di sé e sa di essere piuttosto carino …
–piuttosto carino?Lo ha detto veramente? Alice, carino non è il termine che userei io per
descriverlo ad essere sincera –
Oddio … qualche muscoletto in più non gli starebbe male … » aggiunge arricciando la
fronte e io continuo a non credere alle mie orecchie «… ma non è arrogante, né
maleducato. Non so perché si sia comportato così con te … non era mai successo
prima» spiega.
«Certo che
non era mai successo, Alice. Tu sei troppo buona, gliele davi vinte sempre. Ma
la musica è cambiata e questo non gli va bene. E’ ovvio, ci sta.»
«Non lo so
Bella, non credo sia così. Secondo me tu gli fai un certo effetto … diverso,
molto diverso dal solito. Comunque …»
si interrompe di nuovo. La vedo mordersi le labbra come se le parole che sta
per dirmi facessero fatica a trovare la via d’uscita.
«Forza di
che ti preoccupi?Spara …»
«Ho visto
salire Edward in direzione. Imprecava contro di te e …»
«E? »
«… e diceva
che ti avrebbe fatta licenziare in tronco»
«si vabbè.
Questo lo avevo previsto. Poi?»
«Poi?» mi chiede basita «pensavo ti
venisse un accidente a saperlo!»
Rido
nervosamente. Cerco di mantenermi calma, ma dentro sto ribollendo di rabbia e
forse anche di paura. Non ho idea di come la prenderà il Signor Masen.
Probabilmente darà ragione al nipote ed entro stasera mi ritroverò disoccupata.
Merda, ho
dato solo ieri sera l’anticipo per l’affitto dell’appartamento.
Sono proprio una cretina, sono riuscita a
giocarmi tutto solo per una questione di principio. E di rivalsa. Verso di lui,
ma più probabilmente verso gli uomini in genere con cui ho un conto in sospeso che
voglio disperatamente veder saldato.
«Qualsiasi
cosa accadrà, andrà bene Alice. Non ti preoccupare. Non sarà certo un
Comandante di cui nemmeno ricorderò il nome tra qualche giorno a rovinarmi la
vita.»
«Ben detto.
Devo prenderti come esempio, l’ho capito dal primo momento in cui ti ho vista
capa» e facendomi
l’occhiolino ritorna al suo posto.
Grazie alle
aspirine il mal di testa lascia lentamente il posto ad un vuoto, se possibile,
ancora più doloroso. La cosa peggiore è che non si ferma al cranio, ma mi
divora dall’interno fino a non fare restare nulla della Bella che conosco.
***
Sono passati
due giorni e non ho più avuto notizie né del comandante Cullen, né dell’AD.
A dire il
vero sono un po’ stupita perché il primo non pareva il tipo da placare così
facilmente la sua sete di vendetta, il secondo aveva ribadito durante il nostro
colloquio che non avrebbe tollerato attriti inutili tra personale navigante e
di terra.
Per
mantenere una certa serenità in ufficio, io ed Alice abbiamo deciso di non trattare
più l’argomento, ma so che anche lei si aspetta qualche conseguenza della
sfuriata diventata, ormai, di pubblico dominio in azienda. Non c’è molto di che
stupirsi visto che il volume che abbiamo usato era sufficientemente alto da
arrivare agli hangar di manutenzione degli aeromobili confinanti con l’ufficio.
Alice, che era lì fuori alla macchinetta del caffè, mi ha raccontato che almeno
dieci persone erano uscite in corridoio ad ascoltare la nostra sfuriata.
Sto
ultimando la prenotazione del volo proprio per il trasferimento di Cullen a
Bruxelles, quando il mio interno suona.
«Swan» rispondo sopra pensiero
mentre compilo i dati del biglietto aereo.
«Buongiorno
Signorina Swan, sono Masen.»
Eccoci, ci
siamo.
«Buongiorno
Amministratore. Mi dica pure.»
«Avrei
bisogno di parlarle. Nel mio ufficio. Tra cinque minuti.» La sua voce non è affatto scontrosa, ma certo
non è tra le più accomodanti di questo mondo. Quantomeno non ha il tono
entusiasta dell’ultima, e unica, volta in cui ci siamo visti.
«Certo.
Arrivo subito» riaggancio,
ma lui lo fa prima di me.
Mi butto
sullo schienale e inspiro profondamente. Sento la testa girare per il troppo
ossigeno immesso in circolo e, con un gomito appoggiato al bracciolo della
sedia, mi sostengo la fronte.
«Tutto bene?» Alice è evidentemente
preoccupata.
Non le
rispondo. Mi alzo, raccolgo la mia borsa e, incamminandomi verso la porta, le abbozzo
un sorriso, il più sincero che in questo momento posso permettermi.
In realtà
faccio schifo come attrice, quindi potevo anche evitarlo.
Rose mi sta aspettando
alla fine delle quattro rampe di scale.
Non ho volutamente
preso l’ascensore, ho scelto le scale per prendermi un po’ di tempo e raccogliere
le idee. E preparare la mia strategia. Se mi verrà mossa qualche accusa mi
difenderò, spiegherò le mie ragioni e … e sarò licenziata, comunque.
Rose mi
guarda con aria scocciata mentre mi fa strada verso l’ufficio di Masen. Credo
proprio l’Amministratore in questo caso abbia fatto cilecca con la selezione
del personale.
Che poi, da
che pulpito viene la predica … lasciamo perdere.
Quando mi
viene aperta la porta dell’enorme ufficio avanzo con passi incerti verso la
scrivania di vetro. L’AD è seduto sempre sulla sua poltrona, ma, contrariamente
a pochi giorni fa, stavolta mi dà le spalle. Io non so se posso sedermi o se devo
rimanere in piedi a sentirmi la ramanzina.
«Si
accomodi, si accomodi Swan»
sembra leggermi nel pensiero.
«Grazie» ho la voce rotta, porca
miseria. Devo tentare di ricompormi e di mantenere un atteggiamento
professionale. O almeno evitare di risultare così patetica.
Forza Bella. Che sarà mai. Dopo Mike e Moonlight
puoi superare qualsiasi cosa mi ripeto come fosse un mantra.
Il silenzio
riempie la stanza di un’aria così pesante che inizio ad allargarmi il collo
della camicetta, mi sento soffocare.
Proprio in
quel mentre Masen volta con molta grazia la sedia nella mia direzione.
«No
signorina Swan. Sono io che ringrazio lei»
«Come?Cosa? » lo interrogo confusa.
«Certo. Ha
fatto un ottimo lavoro. Non ha ceduto di fronte alle insistenze di un
componente del personale navigante pur essendo qui solo da pochi giorni. Qualsiasi
altra persona sono certo avrebbe messo in discussione il proprio operato per
accontentare il capriccio di un Comandante. Almeno di Quel Comandante. Quantomeno per evitare il rischio di spiacevoli
conseguenze. Ma lei no. E questo le fa molto onore, mi creda.»
«Ho fatto
solo il mio dovere …» bugiarda
che non sono altro.
«E ha fatto
bene. Ed è per questo, e per il suo curriculum ovviamente, che l’ho inserita
nella lista dei partecipanti alla cena di gala che si terrà sabato sera a
Bruxelles a cui sono invitati gli esponenti delle più grandi compagnie aeree
europee. Lei presenzierà a nome mio assieme all’equipaggio che in quel giorno
effettuerà la prova al simulatore»
mi informa in tono estatico ed autorevole allo stesso tempo.
«Signor
Masen» tento di dissuaderlo
da questa sua bellissima idea per mille
e uno motivi, «io la ringrazio, ma temo di non essere sufficientemente
preparata per affrontare un evento importante come quello di Bruxelles.»
Mi guarda
con occhi glaciali tali e quali a quelli di suo nipote, ma decido di continuare
sperando di persuaderlo «credo sia più opportuno rimandare la mia
partecipazione o forse trovare un persona più esperta, tipo Alice per esempio …»
«Mi auguro
non intenda contraddirmi Signorina Swan»
mi interrompe brusco.«Tuttavia, credo lei abbia in parte ragione. Dal momento
che è mia intenzione formare adeguatamente il personale a tutti i livelli e,
dato che l’occasione sembra particolarmente propizia, il sabato mattina parteciperà
alla sessione del simulatore assieme al personale navigante in lista e la sera
vi recherete tutti alla cena.»
Ohhh, merda merda merda!
«No Signor
Masen davvero io ho molto lavoro da svolgere in ufficio, sono appena arrivata,
devo imparare molte cose non mi sembra il caso di assentarmi subito così … »
«Sul fatto
che lei abbia da imparare non si discute, Signorina. In primo luogo deve
imparare che io non do consigli. Io qui comando. Aggiunga pure un altro
biglietto per Bruxelles a suo nome Swan. Ci vediamo lunedì per il briefing.»
Si rimette
gli occhiali e inizia a scrivere al computer tagliandomi completamente fuori.
Non mi resta che alzarmi, salutare educatamente ed imprecare tra me e me lungo
tutto il tragitto verso l’ufficio per la
situazione in cui mi sono cacciata.
***
Venerdì alle
dieci di mattina sono già in aeroporto.
Il volo
parte tra più di due ore e io continuo a camminare nervosamente avanti e
indietro tra i vari negozi senza vedere né comprare niente. Come sempre cerco di familiarizzare con il
posto e con l’idea che tra poco sarò per aria.
Senza alcuna
possibilità di scendere.
Senza alcuna
possibilità di controllo.
Senza una
cazzutissima possibilità di sopravvivenza in caso di avaria.
Merda! Devo
smetterla di pensarci!
Dopo
l’ennesima offerta di aiuto da parte di una commessa che liquido con molta poca
grazia – odio essere maleducata ma queste situazioni mi fanno andare proprio
fuori di testa - decido di cambiare attività mettendomi in fila al ckin. Chiedo
di imbarcare anche il mio trolley. Avrei potuto tenerlo a bordo date le sue dimensioni,
ma non voglio avere pensieri mentre sono tra le nuvole. Ho già varie cose su
cui concentrarmi senza dover pensare a dove cazzo piazzare il bagaglio.
Ecco, come
al solito quando devo prendere un volo non faccio altro che dire e pensare
volgarità. Dovrei smetterla di volare, questo è certo. Magari anche di lavorare
nel settore, già che ci siamo. Devo impegnarmi in questo senso, assolutamente.
Il mio
stomaco brontola sonoramente perché a digiuno da ieri sera, ma decido di
ignorarlo. Un’unica volta mi sono concessa uno spuntino prima di prendere un
volo e il mio vicino di posto non ha gradito per niente la meravigliosa idea.
Sbuffando
raggiungo la fila per il controllo di sicurezza e, istintivamente, mi guardo
intorno per vedere se trovo Cullen tra la gente in coda. Non lo vedo da nessuna
parte. Ma meglio così. Più alla larga mi starà, meglio sarà per me.
So benissimo
che stiamo per prendere lo stesso aereo visto che l’ho prenotato io, ma mi
auguro di non doverlo incontrare o almeno avvicinare fino domani mattina quando
sarò costretta ad entrare nel simulatore con lui.
Dio come ho
fatto a mettermi in una situazione così da schifo?
Sto
imprecando contro il mio perfido destino quando quest’ultimo, evidentemente per
vendetta, decide di tirarmi una sonora stoccata
delle sue.
Attratta da uno squittio fastidioso, mi volto
e mi imbatto nel bel comandante Cullen mentre, a pochi metri di distanza, saluta una bionda oca starnazzante rifilandole
una sonora pacca sul didietro tanto da procurarle quell’odiosa ilarità che ha
attirato la mia attenzione.
Mi viene da
vomitare.
E un
nervoso. Possibile che quando ci sia lui di mezzo io debba sempre essere così
incazzata? La sua vicinanza non mi fa bene, per niente.
Lo odio. Gli
staccherei le orecchie a morsi.
Cerco le
cuffiette dell’ipod in borsa, ma, nervosa e imbranata come sono, faccio cadere
rovinosamente a terra tutto il contenuto prima di agguantarle.
Impreco per
l’ennesima volta portando gli occhi al cielo.
Non ho
accettato l’aiuto dell’uomo in fila davanti a me e mi ritrovo accucciata e
intenta a raccogliere le cose cadute quando due Nike nere entrano nel mio campo
visivo fermandosi a pochi centimetri dalle mie mani, inutilmente fiere di aver
appena agguantato un rossetto.
«Swan.»
Alzo lo
sguardo ed è lì in piedi davanti a me. Alto, fiero. Bello da far schifo. Ed io
sono in ginocchio a terra. La bocca che quasi sfiora le sue ginocchia.
Non va bene.
Non va affatto bene.
«Comandante» biascico tentando di darmi un
tono.
I suoi occhi
sono di ghiaccio. La sua espressione è dura e le labbra sono chiuse in una
morsa.
Ho le mani
paralizzate tanto quanto i pensieri.
Mi fissa e
io non so che fare e non faccio niente perché semplicmente non ci riesco.
Solo quando
lui si volta e con passo deciso si allontana inizio a respirare di nuovo.
No, non mi
fa per niente bene la sua vicinanza. Non è salutare.
Devo
sopravvivere solo tre giorni. Solo tre giorni con lui intorno. Tre giorni, un
volo, un simulatore, una cena di gala e un volo di ritorno. Poco. Pochissimo.
Merda. Morirò.
***
Fila 4 posto A, finestrino. Salgo la scaletta
e oltrepasso il portellone dell’aereo con il mio biglietto in mano. Pochi passi
e trovo l’indicazione che cercavo. L’hostess mi saluta gentilmente e vorrei
mandarla a quel paese e, nello stesso tempo, pregarla perché lei e l’equipaggio
mi facciano toccare terra sana e salva il prima possibile. Devo essere
bipolare, non c’ altra spiegazione.
Rispondo con
un cenno del capo e un sorriso che più finto non si può e mi accomodo in
poltrona.
Mi allaccio la
cintura molto prima che mi venga chiesto di farlo. Faccio sempre così. Quando
le hostess cominceranno la loro trafila di avvertenze sarò già in paranoia.
In attesa di
quel che non posso evitare, focalizzo la mia attenzione sul panorama fuori dal
finestrino.
«Vedi un po’
che fortuna … questo sì che sarà un viaggio meraviglioso fin dall’inizio …»
Mi volto di
scatto perché conosco fin troppo bene quella voce e quel tono sarcastico.
Cullen si
sta accomodando con nonchalance sulla poltrona accanto alla mia.
Ma allora è
una congiura!
Grugnisco e
gli volto le spalle in modo che capisca che non ho alcuna intenzione di fare
conversazione con lui durante il volo. Né dopo. Né mai.
I motori si
accendono e il Comandante in cabina ci dà il benvenuto.
Ed io inizio
a respirare più a fondo.
L’aereo
comincia a rullare in pista per posizionarsi al decollo.
Ed io inizio
a tremare.
«Non ci posso credere …» sghignazza l’uomo al mio fianco «questa sì che è
bella …»
«Vaffanculo
Cullen, non ho tempo per te adesso»
lo fulmino voltandomi di scatto.
«Allora non
stai fingendo per attirare la mia attenzione e impietosirmi signorina Swan?» si
ostina a prendermi in giro «tu che lavoravi alla United? Tu che continui a
lavorare in una compagnia aerea … soffri il mal d’aria o, peggio, hai paura di
volare? Io non ci posso credere! Sarà il pezzo forte del mio repertorio di
barzellette da oggi …»
Non so cosa
mi trattiene dal mollargli uno schiaffo. Forse il conato che sento salirmi in
gola.
L’aereo
inizia a prendere velocità e chiudo gli occhi. Ormai non posso nemmeno più
guardare fuori dal finestrino perché rischierei la sincope.
Strizzo gli
occhi più che posso e prego perché tutto finisca il prima possibile.
D’improvviso
una mano calda sfiora la mia che, aggrappata con forza al poggiolo della
poltrona, invece è gelida.
Mi sforzo di
aprire gli occhi e vedo che Cullen mi sta porgendo un sacchetto di carta.
Lo guardo
stupita e incavolata, praticamente come sempre.
«Avanti,
prendilo» me lo spinge
sotto al naso.
«Non voglio
vomitare!»
«Infatti non
è per quello. Respiraci dentro. Vedrai che ti farà sentire meglio.»
Tentenno, ma
quando l’aereo inizia a sollevare il muso raccolgo con astio il sacchetto dalla
sua mano e me lo piazzo davanti alla bocca coprendo anche il naso.
«Piano,
piano, cerca di respirare piano Swan, o rischi di andare in svenimento …» mi
dice sfogliando un giornale.
Rallento il
ritmo seguendo il suo consiglio per quanto la cosa mi infastidisca parecchio.
A poco a
poco l’aereo prende quota e non ragiono più. Questo sacchetto non serve
veramente a un cazzo.
«Ok, è
peggio di quel che pensavo. Ora voltati e guardami Swan.»
Mi rifiuto
categoricamente di eseguire un suo ordine.
«Ho detto
voltati e guardami»
scandisce bene le parole a due centimetri dal mio orecchio.
Non ho
scelta, anche la mia volontà è impegnata a controllare la paura di volare in
questo momento.
Mi volto e
lo fisso. Fisso per un tempo indeterminato quelle due perle verdi-azzurre.
Fisso le pupille
stranamente dilatate, la luce del finestrino dovrebbe averle fatte stringere,
invece sono come due buchi neri pronti ad inghiottirmi.
Fisso quelle
labbra morbide e rosse. Sono umide. Sono invitanti.
Sono
impazzita. Ho voglia di baciarlo in questo preciso istante nonostante tutto,
nonostante sia lui. Nonostante io sia a chissà quanti metri di altezza.
«Ecco, vedi
che va meglio se segui i miei consigli?»
Grazie per aver rotto la mia concentrazione
Cullen.
E’ un
pensiero che tengo per me, sono troppo impegnata a capire che ha ragione. Il
cuore batte più lentamente, i respiri sono meno affannosi. E non ho più lo
stomaco in subbuglio.
Allora un
effetto positivo su di me lo ha questo Comandante. Che odiosa sorpresa.
«Ok, ora
penso tu possa allontanare il sacchetto e togliermi gli occhi di dosso … o mi
consumerai Swan» ghigna.
«Vaffanculo
Cullen» ribatto da dentro
il sacchetto.
«Che monotona
…» mi liquida riprendendo
il giornale in mano «e se devi vomitare mi raccomando tienilo a portata di mano» consiglia buttando lo sguardo
sul sacchetto ora abbandonato sulle mie ginocchia.
«Ti ho detto
che non vomiterò!» ribadisco.
«Speriamo …»
replica guardandomi di storto e poco convinto.
Il volo dura
meno del previsto e la mia paura e il mal d’aria restano sotto controllo a
volte guardando Cullen, a volte usando il sacchettino per respirarci dentro.
Lui non mi ha più degnata di uno sguardo né di una parola.
Quando
atterriamo e raggiungiamo il gate Cullen si alza prima di tutti gli altri,
senza attendere il segnale che autorizza a togliersi la cintura.
Una hostess
fa per riprenderlo, ma quando incontra i suoi occhi e lui le mostra il
cartellino che ha appeso al collo, sorride e si riposiziona sul suo seggiolino.
Cullen
prende il giubbotto dagli scomparti sopra le nostre teste e lo indossa. Fa per
allontanarsi mentre un dlin dlin
annuncia che le cinture le possiamo slacciare anche noi comuni mortali.
«Grazie» mi esce spontaneo.
Non si
volta. E’ impassibile nei movimenti, nelle espressioni. E nei sentimenti, a
quanto pare.
«Swan» mi saluta guardandomi solo
con la coda dell’occhio dopo qualche istante di silenzio.
E’ la prima
volta che stiamo vicini per più di cinque minuti senza litigare.
Direi che
stiamo facendo progressi.
***
L’albergo a
Bruxelles è spaventosamente lussuoso. Mi sembra di essere tornata a lavorare
per la United, quando dovevo prenotare hotel di un certo livello per le
trasferte del personale navigante. Ma forse questo è lo standard che va
mantenuto per chi pilota un aereo, chi lo sa.
Lascio di
malavoglia la mia stanza per prendere il taxi che mi accompagnerà al
simulatore.
Non so bene
cosa aspettarmi, ma mi convinco che se ho affrontato il volo di ieri sopravvivendo
anche alla vicinanza di Cullen, non sarà certo un simulatore ad ammazzarmi.
Decido, quindi,
che posso concedermi la colazione prima
di uscire.
Le strade di
Bruxelles sono semideserte, ma sono appena le otto di sabato mattina. La
maggior parte delle persone starà ancora dormendo tra calde e profumate
coperte. Anch’io sarei ancora a letto se fossi a casa mia.
Mi
innervosisco all’idea che invece dovrò affrontare di nuovo quegli occhi.
Non ho
voglia di litigare oggi. Ma non posso dire di non avere voglia di vederlo. Sono
curiosa di osservarlo mentre, in un certo senso, lavora. E poi, mentre sarà
concentrato, avrò tutto il tempo di studiarlo e ammirarlo. E’ inutile negare
che sia un gran bel panorama. Peccato per il carattere da schifo.
Quando il
tassista mi lascia davanti all’edificio al cui interno faremo la prova, noto
Cullen sull’uscio intento a fumare una sigaretta.
E’ in
divisa. Merda. E’ in divisa. E io non ho mai visto un uomo più bello con la
divisa addosso. E ne ho visti. Cielo se ne ho visti tanti.
Il tassista
richiama due volte la mia attenzione per essere pagato.
Mi sento
praticamente ipnotizzata da questa visione.
E’
imbarazzante da quanto risulta essere bello vestito così.
Mi scuso e
pago la corsa. Scendo dal taxi facendo attenzione a non inciampare – possibile
che io mi debba sempre sentire sull’orlo del precipizio quando c’è lui nei
paraggi? - e , con passo rapido, mi
avvicino all’ingresso.
Non lo
guardo, lo oltrepasso a testa alta. «Pessima abitudine Comandante, pessima
abitudine …» dico prima
di lasciare la porta chiudersi alle mie spalle.
Una volta
dentro mi fermo e mollo il fiato. La porta ha i vetri oscurati quindi so per
certo che non può vedermi.
E’ assurdo
che io mi senta così tesa. Questa sensazione mi dà un fastidio tremendo.
Mi affretto
ad avanzare quando colgo il rumore della porta che si sta aprendo.
«Seguimi» dice superandomi.
Non c’è
nessuno alla reception quindi credo di non avere molta scelta.
Avanza senza
curarsi di me che fatico a stare dietro al suo ritmo. Ha le gambe così lunghe.
E un fondoschiena così tondo e sodo che, grazie al movimento, si lascia
ammirare anche coperto dalla giacca.
Alzo gli
occhi al cielo in una silenziosa imprecazione quando mi rendo conto di quello
che sto guardando e, soprattutto, pensando.
Lui no Bella, lui no!
Tutti i miei
pensieri si congelano quando entriamo nell’enorme stanza che racchiude il
simulatore.
E’
praticamente il muso di un aereo senza tutto il resto.
Cazzo, non
pensavo fosse così. Mi sono sempre immaginata il simulatore come una stanza con dei monitor
o dei computer, un qualcosa di molto simile ad un videogioco insomma. Non certo una roba così realistica.
Le mani
cominciano a sudarmi.
«Swan,
andiamo» Cullen richiama
la mia attenzione notando che mi sono bloccata all’entrata «la sessione inizia
tra due minuti» dice scomparendo all’interno di quella sorta di cabina di
pilotaggio.
Raddrizzo le
spalle, ispiro forte e avanzo verso il mio destino. Tanto non ho altra scelta a
quanto pare.
Sarà il più
brutto weekend della mia vita. Già lo so.
Quando lo
raggiungo vedo seduti alle loro postazioni
Cullen, un giovane pilota che so chiamarsi Emmett solo perché ho
prenotato la trasferta anche a lui, e quello che deduco sia l’istruttore perché
è l’unico vestito in borghese.
«Buongiorno,
piacere Isabella Swan» allungo la mano verso l’unica persona che non fa parte
della mia compagnia di volo.
«Buongiorno» risponde con un bel sorriso e
una sonora stretta di mano, di quelle che piacciono a me. Oh, finalmente
qualcuno di gentile ed educato.
«Sono il
Comandante Carlile, sarò l’istruttore di sessione. La prego di accomodarsi
sulla postazione qui dietro»
mi invita indicando con il capo due poltrone che hanno tutta l’aria di essere
dei veri e propri sedili per passeggeri.
Anche Emmett
mi dà la mano e mi sorride. L’unico antipatico e scontroso resta sempre lui.
«Noi ci
siamo già presentati, vero Signorina Swan?»
«Certo
Comandante Cullen»
ribatto acida.
«Ok
procediamo» comunica
l’istruttore chiudendo il portellone.
Cazzo, sembra
davvero di essere all’interno di un vero aereo. Cerco di far mente locale e di
tenere presente che non è così, che non sono per aria e che se voglio posso aprire
la porta e toccare terra in un attimo.
Il mio
training autogeno serve molto a poco quando Cullen e gli altri cominciano a
conversare fra loro con innumerevoli termini tecnici, per la gran parte in
inglese, e le mie orecchie captano un “air crash”, un “mountain” e un “fire
inside the cabin”.
Mi
schiarisco la voce «scusate, non simuleremo mica un incidente aereo, vero?»
chiedo praticamente squittendo.
Si girano
tutti contemporaneamente e mi fissano come se fossi pazza.
Non mi
rispondono nemmeno.
Solo sul
volto di Cullen noto un ghigno compiaciuto quando si decide a parlare
«Sì Swan, il
simulatore serve a questo. Non l’avevano avvisata?»
No, merda
merda merda.
Ecco che ricomincio con le parolacce.
Devo essere
bianca tanto quanto la mia camicetta quando si voltano e riprendono le loro
attività.
Si sente un realistico
rombo di motore, si percepisce il rullio classico che precede il decollo.
Quando il muso si alza, riesco perfino a sentire il senso di vuoto nello
stomaco che ti sorprende quando prendi improvvisamente quota.
Mi viene da
piangere. Odio questo lavoro. Odio gli aerei. E odio Cullen che so per certo
sta godendo nel sapermi in difficoltà.
L’istruttore
sta dando ordini per me incomprensibili. Emmett esegue all’apparenza senza
difficoltà le manovre che gli competono.
Ma,
nonostante la mia confusione mentale, è Cullen quello che mi colpisce di più.
La sua freddezza nei movimenti, la sua concentrazione, la sua prontezza di
riflessi quando l’istruttore dice che possiamo dare inizio all’emergenza.
All’improvviso
sul monitor davanti a me vedo piantarsi una montagna.
Il muso si
impenna rapidamente, mentre la voce dura di Cullen lancia ordini al suo
copilota che adesso sembra leggermente più agitato.
Mi copro la
bocca con entrambe le mani. Praticamente ho la salivazione azzerata.
Pochi
istanti dopo vedo Cullen abbassare con tutta forza la cloche e il muso cala
improvvisamente verso il basso.
Ormai non
guardo più niente. La testa mi gira. Vorrei urlare e non ce la faccio. Mi sento
precipitare.
Mi sento
svenire.
Svengo.
***
Qualcuno mi
sta schiaffeggiando delicatamente. Non provo dolore. Il tocco è leggero quasi
quanto una carezza nonostante le mani siano grandi e forti.
«Swan! Swan!
Cazzo Swan rispondi!» sento una voce chiamarmi da lontano. Mi sembra quella di
Cullen, ma ha una nota di preoccupazione che non mi convince. No, non sarebbe
da lui.
«Interrompiamo
la sessione Comandante. Vado ad avvisare il medico …» continua una voce
diversa.
Oh, questo deve essere l’ istruttore,
penso, ancora immersa nel mio mondo. Com’è
gentile.
Le due mani
forti non sono più sul mio volto, mi si avvinghiano alla vita. Poi una si
infila sotto le ginocchia. Mi sento lentamente sollevare. Mi abbandono
completamente a questa sensazione perché mi sembra di essere in volo, senza
però gli effetti collaterali.
Purtroppo la
pace dura molto poco. Il dondolio ricorda al mio stomaco di aver fatto
colazione.
Apro quel
poco che riesco gli occhi e, vicino all’orecchio di colui che mi sta tenendo in
braccio, sussurro «mi viene da vomitare …»
«Eh cazzo
Swan, ogni volta!»
Capisco al
volo che le mani che mi stanno sorreggendo sono quelle di Cullen. Vorrei avere
la forza di scendere e di arrangiarmi da sola, ma non ce la faccio. Mi sento
completamente sconquassata. E, comunque, lui non dà proprio l’idea di voler
lasciarmi andare nonostante quello che gli ho appena rivelato.
Con gli
occhi aperti a fessura intuisco che stiamo camminando in un corridoio e ci
stiamo avvicinando ad una porta con il simbolo della Croce Rossa. Credo mi
stiano portando in infermeria. Spero di riuscire a trattenermi finché lui se ne
sarà andato.
La porta si
spalanca al tocco del suo piede.
Appena
oltrepassiamo l’uscio noto un ragazzo molto giovane con un camice bianco.
Ottimo, ancora qualche minuto e potrò lasciarmi andare.
«Ci penso io
a lei» sento poi dire
Cullen.
Cosa? Cosa??
Non riesco a
protestare. E neanche il giovane dottore lo fa. Credo lo sguardo di Cullen e il
tono che ha usato siano stati sufficienti a convincerlo.
Mi appoggia
con una dolcezza di cui non lo credevo capace sul lettino.
Appena mi
sdraio il mondo ricomincia a girare ad una velocità supersonica. E il mio
stomaco decide che non può più aspettare.
Mi alzo di
scatto in posizione seduta. Cullen mi tiene i capelli raccolti in una coda. Posiziona
il cestino dell’immondizia. Mi regge la fronte. Mi porge un bicchier d’acqua. E,
quando finalmente mi fermo completamente sfiancata, mi accarezza la schiena.
«Sei un
disastro Swan …» mi
ammonisce con un leggero sorriso.
E’ il primo
sorriso sincero che gli vedo fare. Il primo per me, almeno.
Gli sorrido
di rimando annuendo. Vorrei appoggiare la testa sul suo petto. Penso che adesso
potrei addormentarmi su di lui in pochi secondi.
«Forza,
andiamo. Ti accompagno in albergo.»
Mugugno
quando mi prende di nuovo in braccio, ma non faccio resistenza. Voglio godermi
ancora per un po’ questo suo lato gentile. Gli dona.
Un taxi ci
sta già aspettando fuori dall’edificio. Mi appoggia con attenzione a terra
assicurandosi che io riesca a mantenermi in piedi. Si toglie la giacca da
Comandante e me la appoggia sulle spalle.
«Il tuo
cappotto lo recupero e te lo riporto dopo. Vedi di non rovinarmi la divisa nel
frattempo, disastro …» mi
avvisa ridendo. E capisco che un Cullen così mi piace. Mi piace un sacco.
Salgo per
prima e lui si siede al mio fianco. Quando l’auto parte guardo fuori dal
finestrino perché mi sento profondamente in imbarazzo. Ma il mio stomaco
sceglie di fare ancora qualche capriola. Rammaricata, mi porto la mano alla
bocca.
«Appoggiati
sulla mia spalla»
suggerisce la sua calda voce.
Mi volto e
lo guardo. Nei suoi bellissimi occhi non c’è più la consueta rabbia nei miei
confronti. Mi fissa e annuisce. Mi
rassicura. «Appoggiati sulla mia spalla e chiudi gli occhi» ripete.
Lo ascolto.
Perché forse starò meglio. Perché forse ha ragione. Perché forse lo voglio
sentire ancora vicino. Perché forse non ho più scelta.
Il suo
profumo di pulito è un toccasana. Mi rilasso e non penso più a niente
appoggiata alla sua spalla. Quando il suo braccio mi cinge, mi addormento. O
svengo dall’emozione, questo devo ancora appurarlo.
***
Ho dormito
per tre ore di filato. Ne avevo decisamente bisogno.
Cullen è
tornato al simulatore dopo avermi accompagnata in stanza. Prima di andarsene,
mi ha tenuto compagnia per un po’, poi, quando si è assicurato che stessi meglio
e dopo avergli promesso che sarei rimasta a riposare fino all’ora di cena, se
n’è andato. Non senza prima fermarsi sull’uscio ad osservarmi in silenzio. Ha
scosso la testa più volte prima di voltarsi e andarsene. Lo so perché ho finto
di dormire. In realtà avevo gli occhi socchiusi perché non volevo perdermi
nemmeno un attimo di questo capolavoro della natura che ho avuto il privilegio
di avere davanti.
E così
vicino.
Mi è venuto
un colpo quando, una volta scomparso dalla mia visuale, mi sono resa conto che la cena di cui parlava
era quella di gala, in programma per stasera.
Dati gli
avvenimenti della mattinata l’avevo completamente rimossa.
Con la mente
rivado alle sue mani sul mio viso, sul mio fianco. La sua voce, il suo profumo,
l’abbraccio in taxi. Sorrido come una quindicenne. Uno strano formicolio fa breccia
nella mia pancia.
Vengo
interrotta dal telefono della stanza che squilla. Mi chiedo chi possa chiamarmi
qui. Alzo pigramente la cornetta posta sul comodino affianco al letto.
«Si?» rispondo.
«Come stai?»
mi siedo di scatto al suono della sua voce come se fossi stata colta in
flagrante.
«Meglio,
meglio. Grazie …» quasi
balbetto.
«Bene. Passo
da te alle sette. Fatti trovare pronta.»
«Certo,
certo.»
«A dopo,
Swan.»
«A dopo. A dopo.»
Ma perché continuo a ripetermi?
Riattacca
per primo e il formicolio dentro di me diventa insopportabile.
Mi
starà venendo l’influenza, penso. Ma so benissimo che non è così.
Mi catapulto
in doccia con il broncio perché Cullen non ha il diritto di farmi sentire così.
Non glielo concedo.
Passo quel
che resta del pomeriggio a cercare di rilassarmi, ma non mi riesce. Alle sei
sono praticamente già vestita.
Ho indossato
il mio abito preferito, l’unico da sera in cui mi sento sicura e che rispetta perfettamente
il dress code della serata. E’ nero, attillato sul busto e scende morbido dalla
vita in giù. La gonna di chiffon leggero arriva fino a terra. Ha uno scollo a
cuore sul seno, ma tutto è coperto da un elegante pizzo nero che avvolge le
braccia fino ai polsi. Solo la schiena rimane quasi completamente nuda , ma
metterò sulle spalle una stola di raso. Anche quella nera.
Prendo le
scarpe dal trolley. Sono le stesse che indossavo la sera che ha dato una svolta
alla mia vita. Ma non sono scaramantica. Non sono certo loro ad avermi portato
sfortuna. E’ l’uomo che avevo vicino che era semplicemente un deficiente.
Raccolgo i
capelli in un’acconciatura morbida. Non sono brava e di solito non ho pazienza nell’agghindarmi,
ma stavolta mi impegno e il risultato è piuttosto soddisfacente.
Un trucco
leggero e un lucidalabbra trasparente completano il quadro.
Mi sembra di
avere ancora un po’ di tempo a disposizione, invece sento due tocchi decisi
alla porta.
Guardo l’ora
sul telefonino e scopro che sono già le sette. Le sette in punto. E lui è
maledettamente puntuale. Merda, non sono affatto pronta a rivederlo! Sono
assurdamente nervosa.
«Arrivo» avviso prendendo al volo la
mia pochette appoggiata sul letto e schiaffandoci dentro il cellulare.
Apro senza
riflettere e quello che mi trovo davanti mi lascia senza fiato.
Mi blocco di
fronte a quest’uomo in smoking fuori dalla mia stanza. E’ appoggiato al muro, le
gambe incrociate all’altezza delle caviglie. Le mani in tasca. I capelli
spettinati che sembrano freschi di doccia. Gli occhi ardenti magnificamente
incollati su di me.
Mio Dio vorrei dire, ma credo di avere
una paralisi alle labbra.
«Notevole» rompe il silenzio lui
squadrandomi da capo a piedi.
«Anche tu
stai bene» rispondo. Ed è
la verità. Una verità parziale. Lui è stratosferico. Stai bene non rende affatto l’idea.
Cullen
toglie le mani di tasca e mi si avvicina. Vorrei indietreggiare, ma ho già
chiuso la porta. Ci sbatto contro.
«Vedo con
piacere che ti sei ripresa alla grande Swan» continua con un sorriso che
promette un sacco di cose, tutte molto poco pure.
«E io vedo
con altrettanto piacere che dalla tua bocca possono uscire anche belle parole,
Comandante» ribatto concedendomi di dargli del tu.
Incolla lentamente
le labbra al mio lobo e sussurra
«Tu non hai
idea di quante cose belle possa anche
fare questa bocca Signorina Swan …»
Si scosta e mi
fissa. I suoi occhi ora sono fuoco puro che si riverbera in un lampo in tutta
la mia carne. I nostri volti a pochi centimetri di distanza. Il suo fiato mi
accarezza le labbra.
Poi si
allontana di un passo ricomponendosi e sistemandosi la giacca.
Quest’uomo
mi farà andare fiori di testa.
Mi rendo
conto di avere le gambe molli. Prendo tempo e, prima di muovere un passo e
rischiare di cadere, fingo di controllare se ho messo tutto dentro la mia
pochette. Nasconde malamente un sorriso, il bastardo.
Sta giocando
con me.
«Comandante
Cullen, il fatto che lei mi abbia vista ripetutamente dar di stomaco non
l’autorizza a rivolgermi la parola in questo modo …» lo ammonisco seria riuscendo, non so come, ad
alzare lo sguardo su di lui.
Per qualche
istante lo spiazzo, ne sono certa. Non sa che dire e i suoi occhi rivelano
imbarazzo e stupore per la mia reazione.
Ma, come
sempre, risulto essere una pessima attrice. Non riesco a trattenere a lungo il
sorriso che spinge sulle mie labbra.
La sonora
risata che ci regaliamo a vicenda stempera d’improvviso tutti i nostri attriti.
Mi porge il
braccio e infilo volentieri la mia mano
nell’incavo del gomito avvolgendolo interamente.
Quando
vuole, Cullen sa davvero essere un cavaliere.
Un ottimo
cavaliere.
***
Il taxi ci
lascia davanti all’Hotel Metropole. Nell’abitacolo ci siamo io, Edward – ho
deciso che per stasera lo chiamerò per nome- ed Emmet.
Il primo a
scendere è il mio accompagnatore ufficiale che, prontamente, mi tende la mano.
La accetto
controllando a terra, un po’ per assicurarmi di non inciampare sul vestito, un
po’ per non guardarlo negli occhi. Da quando siamo partiti non ho fatto altro
che pensare a quello che mi ha sussurrato mentre ero appiccicata alla porta
della mia stanza.
Anche lui è
stato in silenzio per tutto il tempo. Ha risposto praticamente a monosillabi a
Emmett che chiedeva continue
informazioni sul comportamento da tenere durante la sera.
Io ho
ascoltato distrattamente preferendo lasciar libera la mente di vagare dove non
avrebbe dovuto.
E il
risultato è che non riesco più a sostenere il suo sguardo.
Rimango
dietro a questi due uomini in smoking e mi sembra di essere in un film. A New
York sono stata presente a molti eventi, ho frequentato bella gente e locali
alla moda. Ma niente mi aveva fatta mai sentire emozionata come stasera.
Devo essere
sincera, non credo questo dipenda dalla location, dall’abito o da Emmett. Mi
sforzo di accantonare questa consapevolezza. Tanto non c’è niente da sperare.
Un portiere in
divisa elegantissima apre la porta del lussuoso Hotel e, mentre entro, sento la
mano di Edward appoggiarsi leggermente sul mio fianco. Un brivido mi percorre
lungo tutta la schiena e non riesco a trattenerlo.
«Freddo
Swan? » mi chiede a bassa
voce.
A che gioco
sta giocando?
Per la prima
volta da quando siamo usciti dal nostro hotel cerco i suoi occhi, ma lui non
contraccambia.
E’ già qualche
passo avanti e io non posso far altro che seguirlo.
Entriamo
nella grande sala del ristornate. Sembra quasi di essere all’interno di una
cattedrale. Vi sono vetri colorati sui muri che creano uno spettacolare gioco
di luci e tutta la stanza è illuminata da meravigliosi lampadari di cristallo
appesi alle volte del soffitto.
I tavoli
rotondi sono apparecchiati elegantemente, le sedie, avvolte in una candida
stoffa bianca fermata con un fiocco sullo schienale, hanno un che di regale.
Veniamo
accolti da un cameriere che chiede i nostri nomi e ci accompagna al tavolo. Ci
presentiamo agli ospiti già accomodati.
Edward,
molto galantemente, fa indietreggiare una sedia per me. Poi si siede al mio
fianco e invita Emmett ad occupare l’altro posto libero vicino a me. Mi sento scortata.
E mi piacciono da impazzire le attenzioni che mi sta dedicando.
Il cameriere
mi versa del vino che assaggio volentieri. Ho bisogno di un aiutino per
rilassarmi. Potrei chiedergli di lasciarmi direttamente la bottiglia per
raggiungere il mio scopo. Ma mi accontento del calice. Intanto.
Prima di
iniziare la cena il Presidente dell’Associazione che ha indetto il gala si
getta in un discorso appassionato ed entusiasta sul futuro dell’aviazione
civile in Europa.
Tutti
applaudono e io mi adeguo, anche se tutto questo ottimismo mi sembra esagerato,
visti i tempi in cui viviamo. Comunque non sarà un mio problema. Quando
rientreremo mi impegnerò a cercare un lavoro che non abbia a che fare con
aerei, voli e simulatori. E Comandanti.
Sarà meglio
per me.
Un’orchestra
di almeno dieci elementi inizia a suonare mentre i camerieri servono le prime
portate.
Sto
conversando abbastanza tranquillamente con la gentile signora seduta di fronte
a me, quando il Presidente che ha parlato fino poco fa mi poggia una mano sulla
spalla e mi invita a danzare con lui.
D’istinto mi
volto a cercare gli occhi di Edward come a chiedere un aiuto. O un permesso.
Sono in
imbarazzo e non solo perché è una vita che non ballo. Fondamentalmente mi dà
fastidio che un uomo mi si sia avvicinato in sua presenza. E’ assurdo.
Trovo gli
occhi di Edward cupi, contrariati. Rabbiosi. Lo fissano come se volesse
piantargli un pugno sul mento per allontanarlo il più rapidamente possibile da
me. E da questa stanza. Forse anche da questo mondo.
Probabilmente
sono solo mie fantasie, ma decido di accettare l’invito con uno dei miei falsi
sorrisi per evitare le spiacevoli conseguenze che elabora la mia mente bacata.
Mi viene
offerto il braccio e lo prendo, ma la sensazione che provo è nettamente diversa
da quando l’ho fatto con Edward poco più di un’ora fa.
Vengo
condotta al centro della sala dove alcune coppie stanno già roteando in un
valzer.
Beh, almeno non saremo soli, penso.
Il mio ballerino
solleva la mia mano in aria e con l’altra mi agguanta per la vita e inizia a seguire il tempo. Mi lascio
portare come mi hanno insegnato ad un corso seguito tanti anni fa.
Mentre volteggio
cerco con lo sguardo il nostro tavolo. Una volta individuato mi rendo conto che
Edward non è più al suo posto.
Alla fine
del secondo valzer un altro uomo si avvicina e mi chiede di concedergli il
prossimo ballo.
E’ in quel
momento che sento il suo fiato sul collo e le sue dita stringermi con forza il
fianco.
Si mette in
mezzo ai due contendenti e, senza lasciare adito a dubbi o proteste, spiega
«la
signorina balla con me, adesso.»
Arrossisco.
Annuisco.
L’orchestra
intona Fly me to the moon di Frank
Sinatra.
«Perfetta» sussurra Edward prendendomi la mano e sfiorando con malizia la
mia schiena nuda. I nostri inguini si
congiungono e mi sento morire nel breve istante in cui lo tocco con la mia
parte più sensibile.
Seguo i suoi
passi, persa nelle sensazioni. Seguo il suo ritmo. Lo seguo e lo seguirei ovunque.
E’ questa la drammatica realtà.
Mentre dondoliamo
le sue labbra si avvicinano al mio orecchio.
Lo sento
canticchiare, non colgo bene le parole finché non le sottolinea con voce
leggermente più alta
«…in other words, hold my hand …. In
other words baby kiss me … »
(in altre parole stringi la mia mano, in altre parole baciami)
Sorrido. E
non dovrei. Ma mi piace che canti. Mi piace che mi canti queste parole.
So che se ne
accorge e continua.
«…you are all I long for…all I
worship and adore …»
(tu sei tutto ciò che ho sempre atteso, pregato e adorato)
Gli stringo
la mano «piantala» riesco
a dire con le labbra che mi tirano.
Per tutta
risposta mi cinge ancora più forte.
Ora le
labbra sono definitivamente appoggiate al mio orecchio
«…in other words please be true ….in other words I love you…»
(in altre parole per favore sii vera , in altre parole ti amo)
Adesso rido
proprio. Guardo a terra profondamente in imbarazzo. Ma lui continua
semplicemente a ballare. E a stringermi a sé.
Prima che
l’orchestra termini le ultime note della canzone aggiunge un’ultima cosa,
stavolta inducendomi a guardarlo negli occhi. E’ maledettamente serio. E bello,
tanto che fa male guardarlo e sentirlo così vicino.
«Avrei
voglia di portarti fino alla luna. E con me non avresti paura di volare, Swan.»
Mi bacia
delicatamente la mano senza staccare gli occhi dai miei.
Poi mi
lascia lì. In mezzo alla pista. Sola. E completamente confusa.
***
Siamo di
nuovo in taxi e stiamo rientrando. Sarà l’una di notte passata, ma non ho
sonno. Ho ancora in corpo l’adrenalina di quel ballo.
Dopo qualche
istante di smarrimento sono ritornata al tavolo e non ho più accettato inviti
fingendo un gran mal di piedi.
Edward non
ha dato cenni di approvazione, ma, in cuor mio, voglio credere abbia gradito.
Non ci siamo
quasi parlati durante la cena. Talvolta sentivo i suoi occhi addosso, ma appena
mi voltavo nella sua direzione faceva in modo di non incrociare il mio sguardo.
Io davvero non lo capisco. Un attimo prima sembra preso da me, un attimo dopo
fa finta che non esista.
Ho passato
il resto della serata a conversare con gli altri commensali e con Emmett, ma
sono risultata sicuramente un’ascoltatrice distratta e probabilmente noiosa.
Mi sento
molto in colpa per questo.
Resto dietro
ad Edward ed Emmett quando entriamo nel nostro albergo prendendo la porta sul
retro come ci hanno chiesto.
Ci infiliamo
in ascensore e sento improvvisamente una strana tensione salire e saturare
l’aria.
Emmett
scende al secondo piano. La stanza di Edward è vicina alla sua, ma non accenna
a muoversi.
«Accompagno
Swan nella sua stanza»
risponde allo sguardo interrogativo di Emmett ancora fermo sul pianerottolo.
Edward
schiaccia il bottone del terzo piano e le porte si chiudono su di noi, mentre
Emmett mi augura, o ci augura chi lo sa, la buonanotte.
«Non era
necessario» dico con voce
più roca di quanto volessi quando rimaniamo da soli.
Fa un passo
nella mia direzione e il mio cuore si ferma un istante prima di prendere
coraggio e continuare il suo lavoro.
Ci fissiamo
e nei suoi occhi vedo tutto quello che voglio. La promessa di tutto quello che
non posso accettare. Per il mio bene. Non ho futuro con un uomo così. Non
riuscirei a sostenerlo.
Le porte si
aprono e con un gesto della mano mi invita ad uscire in corridoio.
Sta al mio
fianco tutto il tempo. Le nostre anche si sfiorano. La mia gonna fruscia e si
intreccia alle sue gambe come se volesse abbracciarle.
Raggiungiamo
in silenzio la mia stanza.
Non so cosa
dire. Non so cosa fare.
Mi sento
persa e fragile. E compromettibile. Non sono abituata a provare questo
desiderio e non vado a letto con chiunque. Ma lui, lui ha qualcosa di diverso.
Lui và oltre.
Mi costringo
a guardarlo e a salutarlo. Non posso accettare di ridurmi così.
Non sono
un’adolescente. Devo tornare nel mondo reale.
«Buonanotte
Edward» mi esce a fatica
«grazie per la bella serata e … per tutto oggi, insomma.»
Non
risponde.
Ti prego, ti prego, ti prego, dì qualcosa.
Attendo
invano. Sfilo dalla mia pochette la tessera che mi farà entrare in camera. Via
dai suoi occhi, dalla sua bocca. Via da quelle mani. Tutto sarà finito tra
poco.
Infilo la
tessera. Schiudo lentamente la porta. Entro in stanza e mi giro ancora una
volta a salutarlo.
Non faccio
in tempo ad aprire bocca.
Si avvicina.
Mi fissa.
Io resto
immobile.
Ancora un
passo.
Io ansimo.
Non ce la
faccio più. ‘Fanculo tutto.
Perdo il
controllo e lo afferro per il bavero della giacca dello smoking.
Lo strattono
verso di me, ma non devo metterci molta forza. Mi asseconda facilmente.
E in un
attimo mi ritrovo sbattuta contro la porta che ha chiuso con forza alle nostre
spalle.
La sua bocca
si impossessa delle mie labbra. La lingua mi invade come a reclamare qualcosa
che gli appartiene e gli è stato negato da troppo tempo.
Lascio
andare la pochette a terra. Lascio andare con lei anche i miei pensieri, la mia
dignità, la mia morale.
Tutto può
essere calpestato in questo momento. Non ho modo di fermarmi. O di difendermi.
Si sposta
con la bocca sulle mie spalle regalandomi un brivido infinito.
Le sue dita
entrano nella mia carne quasi a volerla marchiare. Sono sulle mie braccia,
sulla schiena, sul collo. Mi prendono poi il viso avvolgendolo completamente
quasi a proteggerlo o a possederlo il più a fondo possibile. Sposta i capelli
di un’acconciatura ormai rovinata dalle labbra e le prende nuovamente in
ostaggio.
Non chiederò
mai che mi vengano restituite.
Le sue mani
scendono sui fianchi e sulle cosce.
Assecondando
la pressione delle sue dita alzo una gamba e la sua mano avanza sotto la gonna
facendosi strada lungo le pieghe della stoffa.
Trova
l’elastico dei miei slip e li aggancia con due dita. Tira con forza e anche
questi si abbandonano a terra con il resto di me stessa.
Non ho più
nemmeno la forza di ansimare.
Il cuore mi
sta scoppiando. E so che lo farà. Non
arriverò a domani se continuo così.
Quest’uomo
meraviglioso, in uno smoking elegante ancora perfettamente al suo posto, si
inginocchia ai miei piedi dandomi il colpo di grazia.
Alza il
chiffon della gonna portandolo fino alla mia vita e, un attimo dopo, diventa
lui il perno della mia esistenza.
La colonna
portante che mi fa restare in piedi quando le gambe decidono di non avere più
alcuna possibilità di reggere tutto il piacere che il mio corpo sta provando.
Mi stringe
con forza i fianchi bloccandomi contro la porta e permettendomi di restare
eretta e di lasciarlo fare.
Urlo senza
fare rumore, senza produrre alcun suono, ma stringendo forte i suoi capelli tra
le mie dita.
Non ho mai
provato niente di simile in vita mia.
Non ho fatto
poco sesso con Mike, ma non si è mai neanche avvicinato a farmi provare
emozioni così forti. Così totalizzanti.
Non riesco a
focalizzare il momento in cui Edward ritorna in piedi e riporta le sue labbra
sulle mie. Ora hanno un sapore diverso. Il mio.
Gli sfilo la
giacca. Sono stufa di vederlo così vestito, così perfetto, mentre io non ho più
la percezione del tempo, del luogo e di me stessa.
Si lascia
spogliare, mentre continuo a baciarlo cercando di recuperare fiato.
Resta a
torso nudo davanti a me. Lo guardo. Lo ammiro centimetro per centimetro. Lo
voglio ricordare per il resto della mia vita.
E’ dal primo
momento in cui è entrato nel mio ufficio che volevo vederlo così. Adesso lo so
per certo. E non mi racconto più bugie.
Anche il mio
vestito scivola via sotto il suo tocco evidentemente esperto. Il reggiseno lo
segue.
Sono
totalmente vulnerabile adesso. Totalmente sua.
Con
imbarazzante facilità mi alza e, senza chiedere il permesso alla mia coscienza,
avvolgo le gambe al suo inguine.
Lo sento
perfettamente. E lo voglio da morire.
Si sposta
con me in braccio e mi adagia sul letto.
Arretro per
rendere il suo attacco ancora più facile e fargli posto sul materasso.
Si cala i
pantaloni.
Stavolta non
guardo, non ne ho la forza. Aspetto. Aspetto. Aspetto.
Sento che si
stende su di me. La pelle dei suo pettorali accarezza il mio seno.
E’ una
sensazione così delicata ed erotica allo stesso tempo. Mi sento giusta,
nonostante niente di giusto ci sia in quello che sto facendo.
Lui non sta
facendo l’amore. Lui mi sta scopando. E’ evidente. E io glielo sto lasciando fare.
Senza
remore. Senza pentimento.
Le sua dita
mi accarezzano e mi riempiono.
Pochi
istanti dopo, senza darmi il tempo di negargli il permesso, si spinge così
forte dentro di me che mi sento rompere all’interno.
E’ una
sensazione mista tra il piacere e il dolore. Una sensazione che non ha eguali.
Lo stringo
per le spalle per sentirlo vicino. Per farlo sciogliere dentro di me. Stringo,
stringo e stringo sempre di più. Lo sento gemere forte.
Qualcosa mi
distrae. Qualcosa che stona in un momento così straordinario dove dovrei
sentire solo il mio respiro contro il suo.
E’ il suono
del telefono.
Il telefono
della mia stanza sta suonando. Da un po’.
Chi cazzo può chiamarmi adesso? Qui?
Edward
affonda ancora una volta dentro di me.
«il telefono
... » ansimo in qualche modo.
Grugnisce,
ma credo anche lui capisca che se qualcuno chiama nella mia stanza d’albergo a
quest’ora deve avere un buon motivo. E non può essere ignorato. Nemmeno mentre
stai facendo quello che stiamo facendo.
«Non
muoverti» intima
scandendo bene le parole.
«Non ne ho
alcuna intenzione»
ribatto mentre la sua mano agguanta la cornetta, la appoggia al comodino e
preme il tasto del viva voce.
Un’altra
spinta.
«Pronto?» la
sua voce è rotta.
«Signor
Cullen? » all’altro capo
il tono è decisamente stupito.
Altra
spinta.
«Sì, sono
io. Cosa cazzo c’è?»
Una mano mi
copre la bocca. Evidentemente sto facendo troppo rumore. Ma giuro di non sapere
come.
«Signor
Cullen, mi scusi se la disturbo. C’è una persona qui in reception che … che la
sta aspettando da un po’… »
Ancora una
spinta.
Poi tutto si
ferma, come se avessimo premuto il pulsante Pausa.
Apro gli
occhi e lo vedo raggelato.
Mi fissa con
la bocca aperta. Lo sguardo cupo.
«Cazzo» impreca a bassa voce portando
gli occhi al soffitto.
«Signor
Cullen, la signora è un po’… agitata … se lei potesse raggiungerla e calmarla
ci farebbe un grosso piacere. Sa a quest’ora i clienti apprezzano la quiete …» continua la voce che invade
tutta la mia stanza.
All’improvviso,
come se qualcuno mi avesse dato uno schiaffo in pieno volto, realizzo.
La signora. C’è una donna qui per
Edward. Una donna. Un’altra donna.
E lui è
ancora dentro di me.
«Arrivo» si sporge sbattendo con forza
la mano sul telefono concludendo la comunicazione. E la vita dell’apparecchio.
«Esci
immediatamente da me brutto bastardo»
urlo spingendolo con forza.
Ho la gola
serrata. Il cuore ancora impazzito che ora non sa più se deve godere e spezzarsi.
«Bella
aspetta … io non sapevo …»
tenta di chiarire, mentre io continuo a spingerlo il più lontano possibile da
me e lui non ne vuole sapere di darmi spazio, di farmi respirare.
Di ridarmi
quello che mi ha preso.
«Stai zitto!
Vattene via! » ormai le
lacrime scendono e non posso farci un cazzo. Non ho modo. Sono troppo rotta
dentro per cercare di alzare il muro ed arginarle.
«Ho detto a
Irina di venire il giorno in cui tu non mi hai dato le ferie … dovevo chiamarla
stamattina per dirle di annullare il viaggio, ma con tutto il casino che è
successo mi è andato fuori di testa … io
e lei non stiamo insieme … e poi tu .. e poi a cena .. e poi adesso … Bella
ascoltami ti prego … sono un coglione lo so, ma …»
«Falla
finita!» urlo con tutte
le mie forze. E lo spingo. Lo spingo via dal letto, via dalla stanza. Via dalla
mia vita.
Quando è sul
pianerottolo con solo i pantaloni addosso ancora slacciati, gli lancio contro
la giacca e la camicia che raccolgo da terra all’ingresso.
«Non fare
neanche la fatica di rivestirti» grido mentre gli sbatto la
porta in faccia.
Nuda e
tremante mi siedo a terra lasciando scivolare la pelle scoperta e sensibile
sulla fredda porta della stanza.
Porto le
gambe al petto e le abbraccio. Rovinata dal pianto tento di cullare quel che
resta di me. Quel che Edward ha lasciato di me. Poca roba.
Nemmeno quella
sera di Mike avevo sofferto così tanto.
Nemmeno
quella volta mi ero sentita umiliata come in questo momento.
***
Sono fuori
dall’ufficio dell’AD.
Rose oggi
non c’è e non sono stata introdotta.
Busso senza
troppa forza, tanto che probabilmente non vengo sentita.
Riprovo
convincendomi che quello che sto facendo è giusto.
Sono
rientrata da Bruxelles domenica nel primo pomeriggio. Non ho atteso il volo
programmato per la serata, ma ho fatto in modo di salire sul primo aereo
disponibile.
Non ho visto
nessuno. Non ho salutato nessuno. Sono uscita dall’albergo all’alba.
Il volo è
stato orribile. Più del solito.
Una volta
rientrata ho avvisato Alice che sarei rimasta a casa due giorni perché
influenzata. Non so se mi ha creduta, ma sinceramente non mi interessa più
niente di cosa pensano gli altri. Non mi interessa più niente di niente.
«Avanti» sento la voce di Masen oltre
la porta di legno massiccio.
Avanzo con
gli occhi bassi.
«Swan,
bentornata» mi accoglie
con un sorriso a cui non posso rispondere. «Sta bene? La vedo un po’ provata.»
Mi
schiarisco la voce.
«Buongiorno
Amministratore. Si non sono nella mia forma migliore, ha ragione» confermo più
per buona educazione che per voglia di fare conversazione sul mio stato
attuale.
«Mi dica
tutto Swan. Com’è andata a Bruxelles?»
«Direi bene» mento. «Ma in realtà sono
venuta qui per altro …»
«La ascolto.»
Allungo la
lettera che stringo tra le mani.
«Rassegno le
mie dimissioni con effetto immediato Dottor
Masen … mi dispiace, ma non posso continuare a lavorare per la sua
compagnia.»
So che sto
fuggendo di nuovo. So che forse dovrei semplicemente affrontare Edward e
continuare per la mia strada qui dentro, almeno finché non troverò un altro
lavoro che mi permetta di mantenermi. Ma non ce la faccio. Evidentemente questo
è un mio limite e non posso farci niente.
L’AD è
stupito, ma non come mi aspettavo. Rimane qualche minuto in silenzio valutando
se aprire o no la mia busta. Nel frattempo mi osserva.
Poi,
sorride.
«D’accordo
signorina Swan. Devo dirle che sono molto dispiaciuto per la sua scelta, ma
avrà i suoi buoni motivi, ne sono certo. Vorrei chiederle un favore prima che
se ne vada. Un favore a titolo personale, se non le dispiace.»
«D’accordo» accetto. Non ho mai saputo
dire di no a chi mi chiede aiuto. Ora che sto lasciando questa buona persona da
un giorno all’altro non posso certo negargli un semplice favore.
«Stasera ci
sarà una riunione al Planetario, in centro città. Le sarei enormemente grato se
lei potesse partecipare al posto mio. Non è niente di operativamente rilevante
e non sarà necessario parlare, sarà sufficiente la sua presenza.»
Non è troppo
quello che mi sta chiedendo.
«Lo posso
fare. A che ora?»
«Alle sette.»
«Ci sarò, le
manderò una mail con la relazione di quanto verrà detto entro domani mattina.»
«Non credo
sarà necessario, ma qualora volesse farlo, leggerò volentieri quanto avrà da
riportarmi Swan.»
Mi porge la
mano e la stringo con convinzione.
«La
ringrazio per l’opportunità che mi ha dato …»
«Grazie a
lei Swan. Di tutto. Ha fatto molto più di quanto crede.»
Lascio
l’ufficio di Masen, lascio la Athena Airlines. Non passo dall’ufficio perché
non voglio dare spiegazioni a nessuno. Manderò un messaggio ad Alice quando
sarò pronta. Magari la inviterò a bere un caffè, un giorno. Chissà.
Alle sette
sono fuori dal Planetario. Mi sembra strana come location per una riunione, ma
l’aviazione civile è un mondo a parte e talvolta fa scelte davvero eccentriche.
Non vedo
altre macchine, ma forse gli altri partecipanti hanno parcheggiato sul retro. O
sono arrivati in taxi come me.
Apro la
porta d’ingresso e alla reception non vedo nessuno.
Vedo un
cartello con una freccia che indica la direzione per il “Moon Meeting” e deduco
sia la riunione a cui devo partecipare. Effettivamente se parleranno di luna ci
saranno ben poche cose interessanti per
la Athena Airlines, penso.
Avanzo
seguendo le frecce ed entro in un salone enorme e praticamente buio.
Alzo gli
occhi al soffitto e vedo una spettacolare volta celeste piena di stelle. Una
luna enorme e pura emana una luce candida e romantica. Capisco che
l’illuminazione è tutta dovuta a questo cerchio.
Inizio a
sentire le note di una dolce melodia in sottofondo.
Mi guardo
intorno cercando di capire, ma non trovo indizi.
Sto per
tornare sui miei passi pensando di aver sbagliato stanza, quando la musica
aumenta di volume e capisco che la canzone in sottofondo non è altro che Fly me to the moon.
Sento le
gambe cedermi e un pericoloso tuffo al cuore.
Non può essere. Non può essere. Mi
ripeto, come se questo potesse in qualche modo modificare la realtà che si sta
materializzando davanti ai miei occhi.
Dal fondo
della stanza compare. Avanza nella mia direzione. E non serve che io lo veda in
volto per capire che è lui.
Lo riconosco
dall’andatura. Dai jeans strappati. Dalla maglietta semplice che porta. Dal
modo in cui muove le mani. Dal modo in cui so che mi sta guardando pur non
cogliendo i suoi occhi.
Ma
soprattutto riconosco l’effetto che mi fa essere in sua presenza.
Nessun uomo
è mai stato in grado di farmi sentire così.
Vorrei avere
la forza di girarmi ed andarmene, ma resto.
Ormai è a
pochi passi da me. Ora i suoi occhi li vedo. Sono ancora più belli di quanto
ricordassi.
D’improvviso
rivado con la mente a quel momento, quando distesa sul letto, ci siamo
intrecciati in uno sguardo carico di promesse, carico di qualcosa che poi non è
stato.
L’emozione
che provo è incontenibile.
Possibile
che io non riesca a sentire rabbia verso di lui adesso che ne avrei tutto il
diritto e anche il dovere per giunta? Possibile che io sia ancora qui, gli
permetta di farmi tutto questa senza reagire, senza tirargli almeno uno
schiaffo?
Frank Sinatra
continua a cantare ignaro di quello che sto pensando e provando.
Edward mi
prende la mano e si avvicina iniziando a muoversi a ritmo.
«Edward per
favore …» lo imploro. E’
l’unica cosa che riesco a fare.
«Vorrei
tanto poter ricominciare da qui Bella. Ti ho portata fino alla luna, come ti
avevo promesso. E vorrei tu potessi non avere paura …» sussurra con un filo di voce.
Non
piangerò. Non piangerò e non lo ascolterò. Non posso farlo.
Eppure mi
muovo assieme a lui in un dondolio perfetto dilatando questo nostro attimo,
forse l’ultimo, all’infinito.
Lui è come
la corrente. Lui sa esattamente dove portarmi. E come farlo. Non ha indugi, non
ha tentennamenti. Peccato che sia un fiume in piena e pericoloso, di cui non ci
si può fidare. Nel quale si annega.
«Mi dispiace
Edward, ma non posso.»
«Vorrei solo
che mi ascoltassi Bella. Poi ti lascerò andare, se vorrai.»
Tento di
staccarmi dalla sua presa, ma non me lo permette. Prepotente come al solito,
pretende che lo ascolti fino alla fine.
«Edward non
c’è niente da dire, niente …»
piagnucolo sfinita. Fa troppo male.
«Tutto c’è
da dire, invece» il
dondolio si ferma e mi fissa staccandosi di mezzo passo. I suoi occhi sono
lucidi, grandi. Molto più de solito. Hanno una luce diversa. Più calda. Più
dolce. Più vera.
Il volto è
contratto e non sembra più così sicuro come qualche istante fa mentre mi teneva
stretta.
Alzo lo
sguardo al cielo artificiale sopra di noi. Osservo le stelle e la luna. E, non
so come, né perché, annuisco. Gli do il permesso di parlare e di straziarmi
un’ultima volta.
Forse così
mi renderò conto, forse così potrò continuare, forse così potrò guarire.
«Non voglio
chiederti scusa Bella.»
«Cominciamo
bene, direi» sogghigno.
«Non lo
faccio per il semplice motivo che, sì, ho sbagliato, ma non l’ho fatto di
proposito, né per ferirti. Sono un coglione, ma non al livello che pensi tu. Voglio
raccontarti esattamente come è andata …»
Scuoto la
testa, voglio fermarlo, invece mi esce un «perché?» che non mi dà modo di
chiudere la questione e andarmene.
Non risponde
alla mia domanda, ma insiste per la sua strada. Lui comanda. Come sempre.
«Mi sono
fatto accompagnare da Irina in aeroporto venerdì e ti ho cercata prima di
salutarla perché volevo tu mi vedessi. Non
so perché, forse semplicemente perché sono uno stronzo, ma volevo farmi vedere
da te così, in quel modo. Le avevo anche detto di raggiungermi a Bruxelles per
farti un torto, perché volevo farti capire che il più forte sono io … e non è
così Bella. Non è così, maledizione … l’ho capito da subito e non ho voluto ascoltare
quello che mi stava succedendo. Io non sono abituato a cedere. Non sono
abituato a sentirmi in balia di una persona … non credevo di poter rischiare di
perdere di nuovo le persone che amo. Irina non è che un passatempo, tutte le
altre donne che mi girano intorno non sono niente, ma tu, tu sei stata diversa
fin dal principio …»
«Edward ti
prego … non continuare, non prendermi in giro …»
«Non ti ho
mai presa in giro Bella. Mai. Ho fatto in modo di sedermi accanto a te sul volo
per Bruxelles perché volevo capirti. Volevo trovare tutti i tuoi difetti per
poi poter odiarti con giusta causa. Ma quando ho visto che eri terrorizzata mi
sono sentito così tormentato. Sono stato tutto il tempo fisso su un’unica
pagina del giornale che tenevo tra le mani. Un’ora e mezza di volo fisso su una
pagina e con il pensiero bloccato su di te. In attesa di un segnale da parte
tua. E tu sembravi non accorgerti di niente, niente! Poi al simulatore quando
sei svenuta sono impazzito. Ti ho vista accasciata sul sedile, eri così pallida
e volevo indietro la Bella combattiva, arrabbiata e dalle guance rosse. Ti ho
voluta disperatamente già in quel momento. Ho dovuto fare i conti con tutto,
per primo con me stesso. Non sono abituato a sentirmi così debole, così in
balia delle emozioni. Ma ho perso. Ho clamorosamente perso e ho mandato a fare
in culo tutte le mie paure, tutte le mie regole per te. Mi sono buttato, mi
sono dato. E mi sono dimenticato di fare quello che dovevo fare, chiamare Irina
e annullare tutto. Per quella sera. E per sempre. Non avrei mai più potuto
stare con lei dopo che avevo sentito qualcosa per te. E in camera tua, quando
mi hai trascinato dentro … »
Sentendo le
sue parole e al ricordo delle sensazioni che ho provato in quella stanza,
contro la porta, sul letto, sento le lacrime scendere. Stavolta non le
trattengo. Non voglio nascondermi. Lui non lo sta facendo e io sono così stanca
di tirare su muri e farmi vedere forte come non sono.
Mi accarezza
dolcemente il volto raccogliendo una delle mie lacrime.
«… ora puoi
mandarmi a fanculo per l’ennesima volta piccola e forte Swan, ma lo devi fare
sapendo che mi sono innamorato di te. E non c’è rimedio, non c’è cura per
questo.»
Frank non ci
fa più compagnia con la sua voce. Rimaniamo solo io, Edward e la volta celeste.
Faccio
fatica ad elaborare tutto quello che mi ha detto. Faccio fatica a credere che
tutto questo non sia frutto della mia fantasia.
Sta
aspettando un mio cenno, una mia risposta. E da me, invece, non esce niente.
Tutto è chiuso dentro. Solo le lacrime escono. Mi sento quasi implodere per la
forza e il contrasto dei sentimenti che sto provando in questo momento.
Non so
gestirli. Devo prendere tempo. Spazio. Aria.
Mi volto e
mi incammino verso l’uscita.
Gli do le
spalle perché è l’unica cosa che posso fare. Perché guardandolo negli occhi,
guardando quelle labbra non saprei dire di no. Non saprei fare altro che
gettarmi tra le sue braccia.
Non mi
ferma. Non mi rincorre.
In fondo al
cuore lo speravo.
«La luna è
troppo in alto Edward. Ed io ho paura di volare …»
riesco a dire con un volume appena sufficiente a farmi sentire.
«Io non ti
lascerò cadere Bella. Non lo farò.»
La sua voce
è così maledettamente ferma. Lui sembra così maledettamente convinto di quello
che sta dicendo.
I miei piedi
si bloccano. Vorrei tanto fare ancora un passo e uscire dalla sala. Ma non ci
riesco. Ho un disperato bisogno di lui. Della sue mani. Della sua bocca.
Ho bisogno
di sentirmi viva tra le sue braccia. E di sentirmi amata come solo lui riesce a
fare.
Mi giro e lo
osservo, arresa. E’ il segnale che aspettava.
In un attimo
mi raggiunge percorrendo la sala a grandi falcate.
E’ a due
centimetri da me quando allunga la mano e mi prende il volto tra le mani.
Poi le sue labbra si impossessano delle mie.
Ed è così che lo voglio. Pieno. Tutto. Mio.
«Non voglio
neanche un vuoto d’aria su questo volo, Comandante» dico con le bocca ancora incollata alla sua
quando mi lascia riprendere fiato.
Sorride.
Sorrido.
«Nessuna
turbolenza … nessuna turbolenza è prevista Swan.»
«Allora
decolliamo Comandante Cullen …»
Decido di
abbandonarmi a questo fiume di emozioni. So che non sarà facile e so che,
nonostante le sue rassicurazioni, ci saranno giorni di corrente calma, ma anche
giorni di piena.
Lui è così.
Impetuoso. Imprevedibile. Ma anche rasserenante e confortante. Forte. Giusto.
Ma, in
fondo, chi non è così perfetto e imperfetto allo stesso tempo.
Evidentemente
questo è il mio percorso. Questo è il nostro percorso.
La luna
artificiale illumina i nostri profili.
Ora non ho
più paura di lei. Ora so di non essere da sola ad affrontarla.
***
DA:
ISABELLA SWAN
A: A.D. MASEN ATHENA AIRLINES
OGGETTO: RELAZIONE MOON MEETING
Gentile
Dottor Masen,
Vorrei
informarla che la riunione al Planetario si è rivelata davvero interessante e
ha permesso alla sottoscritta di valutare e scegliere il proprio futuro.
Sono
perfettamente consapevole di essere una persona fortunata e le garantisco che
saprò far tesoro di ogni cosa.
Se
volesse annullare le mie dimissioni, sarei felice di poter riprendere il mio lavoro all’ufficio turni.
Qualora
non volesse farlo apprezzerò ugualmente quanto da lei fatto.
La
ringrazio per l’opportunità e la fiducia concessami.
Con
estrema gratitudine
Isabella
Swan
-------
DA:
A.D. MASEN ATHENA AIRLINES
A:
ISABELLA SWAN
OGGETTO:
RE: RELAZIONE MOON MEETING
Gentile
Signorina Swan,
sarà
la benvenuta alla Athena Airlines, ma soprattutto sarà la benvenuta nella mia
famiglia.
La attendo,
completamente fiducioso sul suo futuro. E su quello di mio nipote.
A.D.
Masen

Questa è l’ultima che ho letto e quindi, per una logica tutta mia, sarà la prima storia in cui pubblico il commento ahahahaha Mi prendo lo stesso tempo per pensarla e scriverla, senza rischiare di farmi trasportare troppo. Comincio col dirti che è davvero una storia molto bella, i personaggi sono ben delineati, non c’è incoerenza tra età e pensieri, è romantica e sentimentale al punto giusto; con quel pizzico di problemi, tristezza (solo nel momento in cui lo sbatte fuori dalla porta. Non so se avrei avuto il coraggio di sbatterlo fuori in tutta la sua gloriosa nudità!!!!!!!!!!!!!!!!!) e dolcezza.
RispondiEliminaMi è piaciuta la vicenda, con questa colonna sonora poi, inevitabilmente, mi hai conquistata!
Penso di avere un’idea di chi tu sia, cara autrice, e non perché sono diventata una strega (come ripropongo in altre storie) ma perché ho scorto dei piccoli passaggi che ti caratterizzano ahahahahahahahahahaa. Poi ovviamente verrà fuori che non sei tu come tutte le altre, allora sì che sarà divertente. Unica piccolissima nota negativa, ci sono dei piccoli errorini ini sul testo che con un’ennesima lettura avresti corretto! (Solo perché non ho potuto fare a meno di notarli. Sorry.)
Per il resto mi è piaciuta moltissimo. Mi sono immaginata il terrore di volare chiaramente, bravissima.
Complimenti e grazie per aver partecipato.
Aly
Il mio voto è 3
EliminaVeramente, veramente bella, mi piace tantissimo.
RispondiEliminaI loro scontri/incontri mi sono piaciuti tutti e come si è dichiarato.... spettacolare.
Fighissime le mail tra Carlisle e Bella alla fine ^_^
Grazie
JB
E' a dir poco meravigliosa, questa. Scritta con maestria e delicatezza. Descrizioni e caratterizzazione dei tre personaggi (oltre Edward e Bella ci metto pure il vecchio zio, che nonostante ci sia poco, si lascia intuire egregiamente) che lasciano il segno. Bella all'apparenza forte e decisa è in realtà fragile e ferita. Edward all'apparenza spocchioso e altero è in realtà dolce e gentile, ma incapace di scoprirsi disposto a concedersi per quello che è. E il tocco finale delle mail tra Bella e il capo dei capi... un colpo da maestro.
RispondiEliminaUn vero gioiellino che credo di sapere a chi appartenga e, se sei tu, non avevo alcun dubbio in proposito.
Grazie mille perché mi ha emozionato come poche volte mi prende una storia narrata dal solo punto di vista di lei.
Bellissima! Potrei fermarmi a questo. Non ho la più pallida idea di chi tu sia ma hai tutta la mia stima per aver scritto questa storia.
RispondiEliminaNon c’è stato un solo pezzetto che non mi sia piaciuto o mi abbia fatto pensare “ma quando finisce?”, avrei continuato a leggere di questi due ancora e ancora. I loro scontri sono fantastici, il loro inseguirsi anche meglio, il momento in cui si lasciano trasportare dalla passione epico, quando lo sbatte fuori… non trovo una parola adatta ma è stata grandissima. La sofferenza, il terrore di volare, la dichiarazione di Edward, lo zio… tutto, tutto perfetto.
Grazie e mille complimenti.
Patrizia
Bellissima! Scritta benissimo, personaggi grandiosi e molto ben caratterizzati. Adorabili i loro battibecchi e divertentissimi i pensieri di Bella. Mi hai fatto provare la paura di volare che non ho mai avuto. Un Edward in divisa da pilota mi mancava, e cavolo! È stupendo!!
RispondiEliminaNon ho idea di chi tu sia, ma sei bravissima, complimenti davvero!
Sei stata bravissima. Ottima padronanza del linguaggio, ottima introspezione del personaggio femminile, ritmo cadenzato ma che favorisce la riflessione. In un fandom in cui il romanticismo ormai è quasi scontato e spesso abusato, la tua one shot fa sognare senza scadere nel miele più banale. Complimenti!!!
RispondiEliminaAleuname.
5 punti!!!
EliminaAleuname
ahhaahahahhaahah!!! Embè! Direi che sono fatti l'una per l'altro! Due pazzi isterici! Bellissima storia d'amore, ben scritta, dal passo ben cadenzato e ben gestito, sei molto brava e questo già lo sai. Per quanto riguarda la storia in sè ha una serie giusta di avvenimenti che portano una donna certamente sfiduciata a trovare il suo degno compagno. Le due lettere finali mi sono piaciute tantissimo e complimenti perchè stavolta hai disegnato una Bella davvero insopportabile e non me ne ricordo di tue così.
RispondiEliminaBravissima!
-Sparv-
Bella storia, ben scritta. Molto brava. Il mio voto è 3.
RispondiEliminaMeravigliosa,veramente! E'perfetta, incredibilmente romantica e davvero originale. I personaggi sono interessanti e credibili, e alcune espressioni ed immagini sono memorabili. Ci sono momenti divertentissimi e altri intensi, in più c'è anche molta sensualità. Complimenti davvero.
RispondiEliminahai una fantasia da vendere, davvero. mi piace moltissimo la trama e come si è sviluppata. magari ci fossi stata io su quel volo *-* heeheheheh. Non so chi tu sia, purtroppo non sono bravissima nel riconoscere le storie ma ti faccio i miei più cari complimenti.
RispondiEliminail mio voto è 4
RispondiEliminaIl mio voto è 5
RispondiEliminaIl mio voto è 5. Grazie e complimenti!
RispondiEliminaA te i miei 5 punti
RispondiEliminaCiao, ho riletto questa shot mi piace come scrivi e all'inizio quasi mi identificavo con la protagonista, però c'è stato un particolare che non mi è piaciuto... Scusami
RispondiEliminaP.S.: adoro la descrizione dei personaggi specialmente del protagonista
RispondiEliminaDiventa sempre più difficile votare. Complimenti per tutto, i personaggi,le vicissitudini, la sensualità, le lettere finali tutto tutto tutto.
RispondiEliminaGrazie
Voto 4
Georgia
molto bella; divertente, romantica e scritta bene. Compliment
RispondiEliminai
Voto 4
EliminaVeramente bella, mi è piaciuta tanto. Mi è piaciuta molto la trama, i personaggi ho solo un rammarico di non aver potuto assegnare più punti, perchè questa ne meritava, avrei preferito la votazione a 10 così avrei potuto darle il tributo che merita. Complimenti
RispondiEliminaStoria piena di tutto!!! Equilibrata nelle sue parti, con qualche dialogo frizzante e qualche scena divertente, senza esagerazioni o forzature!
RispondiEliminaE ben scritta....
Grazie mille di aver partecipato!!!!
Questa è la storia che mi è piaciuta di più. per come è scritta, per i vari passaggi, per il fatto che è romantica, per il fatto che la parte erotica è davvero erotica... Insomma per me la migliore! A te vanno i miei 5 PUNTI.
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